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diosmio200Di Claudio Rojas G.
Un uomo, il più innocente di tutti, Gesù di Nazareth, cade in ginocchio nell’Orto degli Ulivi. Contempla la luna che illumina, silente, le ombre della città santa. Era notte.

Era notte nell’anima di Giuda Iscariota, uno degli apostoli, che aveva preso la decisione di tradire il suo maestro.

Era notte anche nell’anima di Gesù. Il Signore, che ci ha abituato a vederlo sicuro di sé , padrone di ogni circostanza, anche in mezzo a situazioni cariche di tensione, adesso cade in ginocchio, tremante. Suda freddo, piange, si lamenta. La sua è una preghiera insolita: “Padre, se è possibile, allontana da me questo calice”.

Com’è che tu, che hai sempre accettato la volontà del Padre e l’hai difesa contro ogni umiliazione da parte dell’uomo, adesso la rifiuti? “Padre, se è possibile…” Quanto male ti avrà fatto questa preghiera! Fino a che punto arrivava la tua sofferenza morale che ti scoppiava dentro e ti ha fatto sudare sangue!

Agonia, timore, paura, somma tristezza, quasi disperazione, dolore. Questo il peso che si annidava nel tuo animo. Per questa ragione ti vediamo accasciato a terra, gemendo e implorando misericordia al Padre dei cieli. Sì, era notte.

Perché questa scena? Perché in questo modo? Cosa contemplavi, Gesù? Di fronte a te si elevava una oscura e pesante onda di contradizioni, passioni senza controllo, tradimento e disprezzo, vessazioni innominabili, ingiustizie e ingratitudine, insensibilità e odio. Tutto concentrato su di te. Ed eri solo. Terribilmente solo.

E c’era un motivo. Le immagini di quello che ti aspettava appaiono come gelidi schiaffi sul tuo cuore. Il tradimento di Giuda, anima scelta; l’abbandono degli altri undici al momento della cattura; le rinnegazioni di Pietro; la condanna ingiusta; Pilato che va e viene da Erode; la codardia e il temporeggiare del procuratore: il bestiale accanimento della coorte sulla tua persona benedetta; il disprezzo del popolo che preferì un bandito di nome Barabba; la via-crucis; la crocifissione; le tre ore di agonia appeso ad un palo di legno; pendendo appeso alla tua carne viva ; il disprezzo e le sfide che nonostante la situazione ti lanciavano gli scribi e i farisei. Una morte ignobile. Questo era il calice che il Padre ti faceva bere anticipatamente.

E non solo! A quel calice insopportabile si aggiunge il ridicolo e triste spettacolo dei tuoi seguaci e amici che nel corso della storia avrebbero agito “come se non ti avessero mai conosciuto”, come se queste pagine del vangelo non fossero state scritte, come se la donazione di te stesso non avesse nulla a che fare con loro. Quanti baci sacrileghi e traditori! Quante promesse buttate nella spazzatura! E quanto disprezzo verso la tua persona, verso i poveri, le vedove, i bambini, gli ignoranti, e quelli che non contano meno di niente nei destini delle nazioni!

“Padre, se è possibile…”, allontana da me tanti peccati, tanta distruzione e morte. Tanti luoghi di sterminio: lagers, Gulag, …in Albania, Bosnia, Ruanda… I tanti Hitler e Stalin della storia. Tutte le uccisioni e i massacri inutili e gratuiti perpetrati contro popoli innocenti. Le rivincite, odio, vendette, rancori, litigi, discussioni senza senso, divergenze in famiglia, allontanamento tra fratelli.

Allontana da me tanta infedeltà coniugale, tanta debolezza e incoscienza di fronte al dolore dei figli abbandonati. Allontana tanto scandalo pubblico, tanto cattivo esempio e sfacciataggine esacerbata dai mezzi di comunicazione pubblica.

Allontana da me tanta dissolutezza sessuale, tanto commercio sulla debolezza umana, tanta propaganda scandalosa.

Ma, soprattutto, Padre Santo, allontana da me il grido angosciante del pargoletto che dal seno materno urla disperato che vuole vivere, che merita di vivere, che lui non è nessun ingiusto aggressore. Egli si considera un dono, un puro dono di gioia per i suoi genitori. Ma molti di questi genitori, molti medici lo considerano solo un prodotto, un insieme di cellule, un ospite indesiderato, un autentico nemico della felicità matrimoniale.

Vuole vivere! Vuole dire loro che li ama! Tuttavia, sono migliaia, milioni gli esseri la cui vita è stata falciata dall’egoismo umano.

Guerre, povertà estrema, infedeltà generalizzata, vita di piaceri e spreco materiale. Suicidi. Sbornie e orgie. Droga in gran quantità. Vandalismo senza senso, bande nichiliste. Tratta delle bianche. Messe nere. Diffusione dell’omosessualità. Supertizione generalizzata. L’elenco sarebbe interminabile.

Questo è quello che vedi, Signore. Questo il peso che caricherai sulle tue spalle. Questo il prezzo che tuo Padre ti sta facendo pagare: tu sei il Redentore, tu pagherai per i peccati dell’uomo, di ogni uomo, di ogni latitudine, di tutti i tempi. Non c’è via di scampo. C’è espiazione. E tu lo sai. E lo accetti. E stai pagando per questo. Con amore, pacificamente... per me e al mio posto.

“Padre, se è possibile, allontana da me questo calice. Ma non sia fatta la mia volontà, ma la tua”. Sia fatta la tua volontà nel mio agire quotidiano. Non importa se il tuo volere è piacevole o ingrato. Facile o complicato. “Sia fatta la tua volontà, Signore…”

IL PROCESSO

La preghiera al Getsemani è stata necessaria per affrontare con maestosità l’epilogo del dramma: la tua passione benedetta.

Perché sei stato tu ad andare al incontro con la coorte. Che hai fatto tacere con la tua sola parola, ma non sei scappato, perché avevi deciso di consegnarti. Ti hanno trascinato incatenato, come se fossi un assassino: il regno dell’ingiustizia iniziava ad oscurare qualsiasi accenno di umanità.

E Pietro fece un passo avanti in tua difesa. Ma tu hai fermato la sua spada. Sarebbe morto per te, ma non era nei tuoi piani, e non era nemmeno la caratteristica di chi ti seguiva.

No. Metti a posto la spada, Pietro, Cristo ha bisogno di un altro sostegno, di un’altra difesa. Che tu disconosci e che ti porterà a rinnegarlo per tre volte consecutive: la preghiera e la vigilanza. Tu dormivi, lui pregava.

Tutto il potere divino dispiegato in un'altra occasione per calmare le acque del lago di Tiberiade, oggi tace, represso sotto l’umile e paziente accettazione del piano del Padre. Non c’è odio, ne raggi incandescenti che elimineranno i soldati. Una capitolazione pacifica e cosciente. Amorevole e decisa, totale.

Ti hanno condotto di fronte ad Anas. Ti hanno interrogato. Tu tacevi e quando hai risposto lo hai fatto con una logica disarmante, con semplicità e dignità. La reazione? Uno schiaffo prepotente da chi desiderava accattivarsi il proprio capo. E la tua risposta? Forte e aristocratica: “Se ho fatto del male dimostramelo. Se no, perché mi percuoti?”

Ti hanno condotto dinnanzi il Sinedrio riunito in plenum. Improvvisando un processo, contrario alla legge, che vietava farlo di notte. Inoltre non ti hanno assegnato un avvocato difensore. Un processo dove la giustizia brillerà per la sua assenza.

Si alza il sipario. E inizia la recita. Gli attori interpretano i loro ruoli come possono. Si moltiplicano le accuse false e contradittorie, e tu taci. Osservi con infinita commiserazione quei poveri fantocci del potere umano, forse spinti a forza di minacce e dai soldi a creare il falso. Un coro di grida e di frenetico gesticolare.

E dopo venti secoli gli uomini continuano a non accettare il tuo vangelo, accecati dai nostri criteri, rifiutando la bellezza della tua persona, la forza dei tuoi miracoli, il perdono del tuo cuore, la tua testimonianza a favore della verità. Perduriamo volontariamente nell’errore, vedendo in te il nemico nefando del nostro mondo fatto di apparenza e di interessi egoistici.

Giurano. Si contraddicono. Ti interrogano. E tu? Taci. È la migliore risposta. Lì c’è uno solo che domina la situazione: tu stesso. Il tuo silenzio pesa come una lastra sulle loro coscienze. A loro fa male.

Per questo motivo devono sfidarti, toccando la ferita più intima del tuo essere: “Sei tu il Figlio di Dio vivente?” E non puoi che rispondere affermativamente, pienamente cosciente delle conseguenze: “Si, tu lo hai detto. Lo sono!”.

Caifa si strappa le veste, in un gesto ipocrita. Non aveva forse già deciso prima, la tua sentenza a morte? “Blasfemo!” Il Dio che tu hai rivelato li disturba molto, li spaventa, perché non lo possono manipolare. Per questo motivo, sia come sia, devono disfarsi di lui.

Quando dovevi tacere, per salvarti, parli e quando, per salvarti, dovresti parlare, come di fronte a Pilato, taci. Perché? Sembra che cercassi tu stesso di metterti la corda al collo. Come se fossi tu ad avere l’ultima parola per decidere cosa fare della tua vita: “Per questo motivo il Padre mi ama, perché do la mia vita per le mie pecore. Nessuno me la toglie, io stesso la offro. Ho il potere di offrirla e riprenderla. Questo è il mandato che ho ricevuto dal Padre”.

Si, è la tua decisione. La tua scelta di amore: accettare il cammino della croce per dimostrare a me fino a che punto sei capace di amarmi; il valore infinito dell’anima umana e la terribile gravità di ogni peccato, biglietto di ingresso per l’inferno.

Tutto quello che è accaduto, è comprovato storicamente: non sono racconti edificanti, non è teatro religioso, non sono l’espressione delle nostre pietose intenzioni. Documenti romani lo avallano. E visto che potevi redimerci con un solo gesto significa che accettare la tua passione, portarla alle ultime conseguenze, vuole dire che il tuo amore per noi, per ognuno di noi, è semplicemente straordinario, infinito e completo. Ti sei giocato tutte le carte per riscattarmi. Hai scommesso tutto, e hai perso, per guadagnare me. Se muori su una croce, nella più disperata agonia… significa che il tuo amore è semplicemente appassionato, è pazzia, è rinnovamento.

LA CROCIFISSIONE

Tre condannati a morte. Sembrerebbero aver ricevuto lo stesso trattamento, ma non è così. A te, Gesù, hanno rotto la spalla, ti hanno solcato la pelle a colpi di frusta. I carnefici non si stancavano di colpirti senza pietà, fino a vederti svenire sulla piccola colonna, ritorcendoti di dolore.

Poi fu il momento dell’ubriacatura di risate e scherno. Fecero di te il centro del gioco chiamato “Basilei”: tu eri il re, ti fecero indossare una clamide rossa, cercarono uno scettro di canne e ti coronarono –che ingegnosa iniziativa! Con una corona di spine e facendo pressione alla base con delle punte di ferro, finirono per conficcarla completamente sulla tua testa benedetta. E ancora altri nuovi, abbondanti rivoli di sangue scendevano dal tuo volto. Anche se non molte, ma erano spine molto appuntite. La coorte sfila ironica di fronte alla sua figura distrutta. Si inginocchiano davanti a lui, salutandolo con un “salve, re dei giudei!”, e si allontanano con un gesto osceno, una grande risata tirandogli la barba sanguinante o sputando sul suo volto.

Nel colmo dell’umiliazione, qualcuno ebbe la sfacciataggine di urinare sopra di te… per farti sapere che per loro non eri nessuno, sebbene eri tutto per l’intera creazione.

Dopo ti portano di fronte a Pilato e lui resta pietrificato nel vederti così invecchiato in poco tempo, e per come ti avevano strappato quella dignità regale da cui eri rivestito. “Ecce homo”, o quello che rimane di lui. Ecco l’uomo, dobbiamo finirlo. Ecco l’uomo, l’autentico, il genuino, il figlio più bello di Adamo. Ecco qui Gesù di Nazareth, il nostro Redentore, che ci rivela il valore infinito di ogni persona nel sopportare un tale cumulo di umiliazioni. Solo lui “rivela il mistero dell’uomo all’uomo stesso”.

Tre sono i condannati. Ognuno deve caricare sulle sue spalle il legno orizzontale fino al colle del teschio. Legati l’uno all’altro da corde, condividono una stessa condanna, le stesse sofferenze, ma per ragioni diametralmente opposte e con risultati totalmente diversi e contraddittori: uno di loro conquisterà quello stesso pomeriggio la gloria del cielo; mentre il terzo non darà, almeno esternamente, segni di pentimento, ma solo di odio e disprezzo.

Ormai non porti più il tuo corpo, lo trascini, e quando ti vince la debolezza ti accoglie freddamente il terreno polveroso. Il tuo volto si scontra con le pietre. Il sangue e il sudore diventano fango. Hai perso conoscenza più di una volta. La morte si avvicina. Ti alzi in piedi per arrivare alla meta, per compiere la tua missione, per non smettere di amare fino all’ultimo alito di vita. Ma ti senti debole, il tuo sguardo perso, al punto che uno dei soldati chiede a una persona che si trovava a passare, un certo Simone il Cireneo, di aiutarti a portare la croce ai piedi del Calvario. Un percorso all’insegna di grida, derisioni, insulti, pianti, richieste di pietà, oscenità.

“Padre, è arrivata l’ora!” L’ora delle tenebre, che sulla croce sarà l’ora dell’amore supremo. Con la tua umiltà hai trasformato la Via-crucis in Via-lucis. Da lì, da quel patibolo di ignominia ogni dolore umano rimarrà innestato nel tuo dolore, pregnante di eternità, frantumato dal suo nonsenso e disperazione.

Osservi come preparano la traversa orizzontale per unirla successivamente a quella verticale ormai saldamente eretta nella cima di quel monticello.

Ti tolgono i vestiti, la tua tunica ricoperta di sangue, quasi secco. Te la strappano aprendoti nuovamente molte ferite che stavano chiudendosi. Fa troppo male, come se ti scuoiassero spalle e petto.

Ti fanno reclinare, aprendo le braccia sul tronco. Le tue mani benedette che hanno sempre condiviso e mai smesso di benedire tutto attorno a te, ora sono inchiodate con due immensi chiodi che perforano i tuoi polsi, un dopo l'altro, provocando un dolore di tale intensità che il tuo corpo è scosso dalle convulsioni dalla testa ai piedi. Un’orribile scossa immisericordiosa attraversa le tue braccia, e come una scarica arriva alla colonna, e non ti abbandonerà fino al momento della tua morte.

Con grande agilità ti hanno sollevato, hanno alzato la traversa fino a farla incastrare con il palo verticale. Fissando tutto bene. Poi fanno la stessa cosa sui tuoi piedi: li fissano al tronco con un altro chiodo, un piede sull'altro. I tuoi piedi che avevano portato solo verità e bellezza, le buone novelle del Regno, l'allegria dell'amore del Padre, adesso sono immobili, trafitti da quel chiodo, per sempre.

Non c’erano delle corde di sostegno per le tue braccia, non c'era una pedana dove appoggiare i tuoi piedi. I tre criminali pendevano letteralmente dalle loro carni vive. Il tormento romano era stato inventato e sviluppato per infliggere ai condannati un dolore atroce che faceva leva sulla loro sopportazione fisica: nella misura in cui potevano appoggiarsi sulle loro ferite vive per rialzare il corpo potevano respirare; quando si stancavano, si lasciavano andare, creando un'esasperante sensazione di soffocamento. La posizione del crocifisso portava alla morte per asfissia. Era, pertanto, doppiamente macabro, ingegnoso, sadico… e lì era appeso il figlio di Dio!

Ora il tuo corpo si ritorce e si lamenta, anelando un po' di ossigeno. Senti esplodere i polmoni, e, con enorme sforzo, facendo leva sulle tue carni e sulle tue ferite aperte, riesci a fare alcuni respiri. Respiri a prezzo di infinito dolore.

Tre ore pendendo dalla croce, condividendo l'angoscia dei condannati. Non "senti" la presenza del Padre, come se ti fosse stato nascosto il suo volto: "Eloí, Eloí, lamá sabactaní". Fino a lì sei sceso, fino ai limiti dell'abbandono e della disperazione, per poter, a partire da lì, riscattare l'uomo, riscattare me dagli artigli dell'inferno, dalle mie più intime paure, dai miei più nascosti complessi. Questo è il prezzo della mia salvezza, del mio riscatto. Troppo alto per prenderlo come un gioco! Troppo amore per continuare a giocare con lui!

E tutto questo per me, al posto mio. Per dimostrarmi - con i fatti - quanto mi vuoi bene, quanto valgo davanti ai tuoi occhi e quanto ti aspetti da me, Signore.

Di fronte a tanto amore per me, l'unica domanda valida è questa: Cosa posso fare per te? Cosa vuoi da me, Signore? Sono qui! Conta su di me per quello che vuoi. Te lo meriti. In realtà, Meno di questo sarebbe assurdo, vile avidità, esasperante cecità.

Mi auguro che alla vista del tuo corpo flaccido e lacerato, a brandelli, le tue mani contorte, i tuoi piedi pieni di lividi, il tuo volto deformato, il tuo sangue che non cessa di fuoriuscire da tutti i tuoi pori allagando la base della tua croce, io non possa contenere il grido che uscì dal petto di San Paolo: "Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me”.

Sì, Signore. Adesso puoi morire in pace. Tutto è compiuto.

Si: tutto hai compiuto. Hai compiuto ampiamente la tua missione… “hai amato loro fino all'estremo".

Ed inclinando la testa, consegnò lo Spirito.

Ecco qui la maggiore gloria di Dio!!... non è stata la resurrezione la sua maggiore gloria, come dicono molti…

Con amore

Claudio Rojas G.
14 Gennaio 2018

 

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