“Dittature e mafie in Africa: l’eredità di Mobutu e oltre”

di Daria Gradella

“A Kinshasa, una cit-tà di sette milioni di abitanti, quasi tutti vivevano in condizioni di mise-ria.

“Dittature e mafie in Africa: l’eredità di Mobutu e oltre”

di Daria Gradella

“A Kinshasa, una cit-tà di sette milioni di abitanti, quasi tutti vivevano in condizioni di mise-ria.

David Javier Castillo di “Mia Inteligencia Artificial” intervista Emmanuel Mouriño

Venerdì scorso, 5 dicembre 2025, il podcaster David Javier Castillo, fondatore dei progetti “Mia Inteligencia Artificial” e “M51 , ha ospitato nel suo programma Emmanuel Mouriño di “Del Cielo a la Tierra España” per raccontare i suoi viaggi negli anni ‘90 in Zaire, oggi divenuta Repubblica Democratica del Congo.

La conversazione si è trasformata in un dialogo profondo, in cui emergono esperienze e avvenimenti che raramente trovano spazio nelle cronache pubbliche. Durante quei viaggi, Emmanuel accompagnava lo stimmatizzato Giorgio Bongiovanni e il suo gruppo, partecipando a conferenze e attività della loro Associazione. Questo gli permise di osservare da vicino la vita in paesi dove storia e potere si intrecciano in maniera complessa e spesso pericolosa. In quei percorsi, inoltre, poté acquisire una conoscenza diretta della geopolitica, della violenza, della diplomazia nascosta e dei rituali del potere, sviluppando al contempo una comprensione approfondita di cosa significhi sopravvivere o scomparire in territori dove le regole non sono mai quelle che ci si aspetta.

Zaire negli anni ‘90: dittatura, ricchezza e sopravvivenza

Emmanuel ha iniziato il dialogo raccontando i suoi viaggi in Zaire all’inizio degli anni ‘90. Ha descritto un paese dove l’opulenza estrema di pochi conviveva con la povertà assoluta della maggioranza. A Kinshasa, una città di sette milioni di abitanti, quasi tutti vivevano in condizioni di miseria, mentre alcune potenti famiglie, tra cui mafiosi italiani e libanesi, controllavano affari, traffico di droga e lo sfruttamento delle materie prime. Ci ha spiegato come la dittatura di Mobutu Sese Seko, crudele e sanguinaria, sostenesse questa disuguaglianza grazie a una complessa rete di militari, ministri e uomini fidati. Nel frattempo, il popolo riceveva a malapena qualcosa della ricchezza generata da diamanti, oro, petrolio e coltan (un minerale raro usato per componenti elettronici). Ogni container di denaro proveniente dal Sud America serviva a riciclare guadagni, sempre avvalendosi della protezione implicita del potere politico. Ma Emmanuel non si è limitato a parlare di cifre o di strutture: ha raccontato la vita quotidiana nei quartieri più poveri, le storie di chi viveva alla giornata, con case improvvisate e senza servizi essenziali, e di come fosse necessario negoziare persino la propria protezione con le autorità locali e milizie. Il suo racconto ci ha mostrato uno stato in cui la storia non si decide solo negli uffici o nei trattati internazionali, ma anche nelle strade, negli ospedali ridotti all’estremo e negli angoli invisibili dove la gente lotta ogni giorno per sopravvivere.

Il dittatore Mobutu.

L’ombra della CIA: tra colpi di stato e saccheggio delle risorse

Negli anni successivi all’indipendenza del Congo, la CIA si trasformò in un attore silenzioso ma decisivo nel destino del paese. L’Agenzia Centrale di Intelligence degli Stati Uniti formò e sostenne Mobutu, preparando il generale e assicurandone l’ascesa tramite un colpo di stato contro Patrice Lumumba, presidente eletto e nazionalista che cercava di lavorare per il bene del suo popolo. Questa ingerenza faceva parte della strategia della guerra fredda per contenere il comunismo in Africa e garantire governi allineati all’Occidente. La presenza statunitense legittimava un ordine in cui corruzione, sfruttamento e impunità si intrecciavano con la politica internazionale, lasciando milioni di congolesi intrappolati nella miseria e trasformando lo Zaire in uno scenario dove geopolitica e crimine organizzato camminavano a braccetto.

Dittature e mafie: l’equazione proibita

Da lì la conversazione si è spostata verso un’analisi strutturale. Emmanuel ha sottolineato che le dittature in Africa non sopravvivevano solo grazie alla loro brutalità, ma anche alla simbiosi con reti criminali transnazionali. Ha spiegato che queste mafie erano molto più di semplici organizzazioni criminali: erano vere e proprie architetture economiche parallele che permettevano ai regimi di finanziarsi al di fuori dei controlli istituzionali. Si è approfondito evidenziando che questa equazione (dittatura più mafia) non era esclusiva dell’Africa. Operava anche in Europa dell’Est, in Brasile e in Medio Oriente, mentre in Africa si mostrava senza filtri. Dove esistevano risorse preziose e assenza dello Stato, le mafie potevano inserirsi per colmare il vuoto; e i dittatori le lasciavano operare per garantire la propria continuità. Questa alleanza fu, per decenni, la struttura silenziosa che ha permesso guerre infinite, corruzione e la scomparsa sistematica di ogni possibilità di una democrazia stabile.

In mezzo a una strada di un quartiere ricco di Kinshasa, un bambino dal volto segnato dalla sofferenza implora un po’ d’aiuto.

Denuncia in diretta

Emmanuel ci ha raccontato come, nel 1991, lo stimmatizzato Giorgio Bongiovanni divenne protagonista di un atto di coraggio che sembrava sfiorare l’impossibile. Invitato a un programma in diretta su una televisione controllata da Mobutu, Emmanuel fungeva da traduttore. Nel frattempo, Giorgio denunciava pubblicamente la dittatura, l’impoverimento del popolo e l’ingiustizia del regime.

Per dieci minuti, davanti a milioni di telespettatori, Giorgio accusò il dittatore e lo esortò a pentirsi e ad aiutare il suo popolo. Tutto ciò avveniva in un paese dove il controllo dei media era assoluto e qualsiasi voce critica scompariva senza lasciare traccia.

Giorgio Bongiovanni, insieme al giornalista Inputu Biduaya ed Emmanuel Mouriño, presenzió in diretta su TV ZAIRE per circa un’ora di fronte a 50 milioni di telespettatori sparsi in tutta l’Africa centrale, lanciando al dittatore Mobutu un messaggio di forte ammonimento e di liberazione per i poveri sofferenti.

Il rischio mortale

La reazione non si fece attendere: la trasmissione fu interrotta immediatamente e soldati armati irruppero nello studio di registrazione per scortarli sotto minaccia di morte. In quel momento, ogni passo e ogni gesto era segnato dal pericolo, poiché il paese disponeva di squadroni della morte che facevano scomparire giornalisti e oppositori senza alcun processo.

Tuttavia, la fede di Emmanuel e del gruppo nella giustizia divina, conferì loro una calma interiore che permise di affrontare la situazione senza panico, con la certezza di agire per una causa giusta.

Il rispetto inatteso di Mobutu verso Giorgio Bongiovanni

Sorprendentemente, nonostante l’audacia dell’atto e il rischio estremo, Mobutu decise di non agire contro di loro. Il dittatore non riusciva a comprendere come qualcuno potesse denunciarlo in quel modo e, probabilmente sotto l’influenza della CIA o di servizi segreti stranieri, optò per lasciarli andare. Inoltre, riconobbe in Giorgio una forza speciale, “una potenza del Bene”, e li mantenne al sicuro, risparmiando loro la vita e rimandandoli a casa.

Questo inaspettato comportamento da parte di Mobutu rappresentò un momento storico, in cui il coraggio e la denuncia pubblica misero alla prova una dittatura apparentemente invulnerabile.

Dopo tante trasmissioni apertamente critiche verso la dittatura, Giorgio Bongiovanni non avrebbe più dovuto tornare nella televisione nazionale, e i militari avrebbero dovuto far rispettare quell’ordine categorico. Eppure lo vediamo all’ingresso de “La Voz del Zaire”, accontentando la richiesta degli stessi militari armati di fare una foto insieme. Proprio in quel luogo, pochi giorni dopo, scoppiò uno degli scontri più sanguinosi tra i fedeli di Mobutu e i militari ribelli, i quali versarono il loro sangue nella speranza che un giorno il loro sacrificio potesse trasformarsi in pane per i loro figli. Alcuni di quei giovani furono assassinati.

Guerra e potere: l’arrivo di Kabila in Congo

A metà del 1996, Mobutu Sese Seko cessò di essere conveniente per gli Stati Uniti, e Laurent-Désiré Kabila si rivelò come il loro nuovo favorito. Non era un volto sconosciuto: anche lui era stato formato e sostenuto da agenti statunitensi, contando persino su una milizia armata da loro per affrontare Mobutu. Presto scoppiò una guerra civile. Tuttavia, l’esito era già stato deciso negli uffici di Washington e in Europa: Kabila fu designato presidente della Repubblica Democratica del Congo, anche se Mobutu continuava a mantenere il suo potere nello Zaire. Così, il cambio di leadership fu più un gioco strategico delle potenze internazionali, che il risultato della lotta sul campo.

La violenza come strategia territoriale

L’intervista ha preso una piega più profonda quando Emmanuel ha affrontato uno degli aspetti più atroci del conflitto congolese: la violenza sessuale usata come arma di guerra. Negli anni ‘90, nello Zaire, la violenza si intrecciava con lo sfruttamento delle risorse e la dominazione territoriale. I guerriglieri, presenti nelle miniere e nei villaggi, esercitavano un controllo assoluto sulla popolazione locale, imponendo la loro autorità attraverso il terrore, la schiavitù e la violenza sessuale. Le donne venivano ripetutamente stuprate come parte di una strategia di terrore e i bambini, costretti a lavorare in condizioni disumane, vendevano oro e altri minerali a prezzi irrisori, destinati ad alimentare il circuito di corruzione e l’arricchimento delle milizie. La violenza non si limitava alle persone: il terrore si estendeva persino alla fauna, con atti brutali come la caccia e la mutilazione dei gorilla per ottenere vantaggi economici. Questo circolo vizioso di sfruttamento, paura e dominio trasformava ogni territorio in uno spazio di sopravvivenza assoluta, dove la speranza era un lusso che pochi potevano permettersi.

L’altra storia: politica, imprese e crimine globale

Durante uno dei momenti più rivelatori della conversazione, Emmanuel ha parlato dell’esistenza di un livello nascosto del potere, dove si trovavano politici locali, multinazionali, agenti dei servizi segreti e organizzazioni criminali. In questo “sottosuolo” del sistema si negoziavano concessioni minerarie e si proteggevano i dittatori. Si finanziavano milizie e si spostavano intere comunità senza che comparisse un solo documento ufficiale.

Era un mondo che collegava direttamente Kinshasa, Bruxelles, Parigi, Johannesburg, Dubai e Washington. Un mondo in cui le ideologie contavano poco: a prevalere erano gli interessi.

Con ironia, Emmanuel ha aggiunto che, mentre l’Europa continuava a organizzare seminari su “come comprendere l’Africa”, chi viveva sul campo aveva ormai da tempo capito come funzionassero realmente le pedine di quella grande scacchiera.

Funima International e l’eco del padre Zanotelli

Emmanuel ha ricordato l’umile origine delle prime opere di solidarietà che, nel tempo, hanno dato vita a quella che oggi è conosciuta come FUNIMA International.

Ha spiegato che l’Associazione nacque per sostenere bambini e comunità in situazioni estreme, e che negli anni è cresciuta fino a raggiungere anche luoghi come Gaza.

È stata menzionata anche la figura di padre Alex Zanotelli, quel missionario la cui voce per decenni ha cercato di denunciare lo sfruttamento dell’Africa, le sue ingiustizie strutturali e il silenzio di chi ne traeva vantaggio.

Le parole di Zanotelli non erano solo un’analisi, ma un richiamo urgente a guardare ciò che nessuno voleva vedere: che la povertà, la violenza e la corruzione non erano incidenti, ma il risultato di un sistema costruito con cura.

In quell’incrocio tra la denuncia del missionario e l’azione umanitaria (che poi si concretizzò in FUNIMA), Emmanuel ha spiegato che si trova una delle chiavi per comprendere l’Africa: che, anche in mezzo al caos, ci sono sempre persone che resistono, proteggono e sostengono la vita, laddove altri vedono solo materie prime o territori da conquistare.

Una storia che non finisce mai

L’analisi di Emmanuel ci ha lasciato un insegnamento chiaro: le dittature africane non sono mai state e non sono semplici strutture politiche, ma elementi all’interno di un ecosistema criminale globalizzato.

Per comprendere questo continente bisogna scendere ai livelli in cui si sono realmente tessuti i patti tra mafie, governi e imprese. E, sebbene questa realtà possa sembrare dura, l’Africa non è stata un caso isolato. È stato soltanto il luogo dove i meccanismi del potere sono stati messi a nudo con una sfacciatezza brutale che il resto del mondo ha preferito ignorare.

Il presidente dell’Associazione “Del Cielo a la Tierra España” ha concluso con un messaggio di speranza: anche in mezzo a tanta oscurità, ogni piccolo gesto conta. Informarsi, alzare la voce e agire con consapevolezza può essere la scintilla che accende cambiamenti reali.

Ognuno di noi può dare il proprio contributo affinché la storia non sia scritta soltanto dai potenti. Dobbiamo costruirla insieme, realizzando opere concrete a favore della vita, denunciando le ingiustizie e agendo con coraggio e determinazione.

Giorgio cammina, mano nella mano, con un bambino povero di Kinshasa.

Chi desiderasse saperne di più, può guardare l’intervista completa qui: https://youtu.be/QY5eXhe5O7c

Daria Gradella.
10 dicembre 2025.

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