
Mercoledì 21 gennaio 2026, un giorno memorabile. Ero in compagnia di Pier Giorgio Caria e Thomas Matteucci; con noi, due guide d’eccezione: l’ingegner David Ávila Roldán — scrittore appassionato dei misteri celesti — e il suo amico Max, profondo conoscitore della storia precolombiana.
Il sole del Messico filtrava attraverso una leggera foschia dorata quando arrivammo a Tula, città sacra e antichissima, avvolta da un’aura che pareva sfumare i confini tra mito e storia. L’aria stessa pareva carica di un’energia potente ma dimenticata, come se le pietre volessero raccontarci storie di dèi venuti dal cielo. Sapevo che quella giornata avrebbe lasciato un segno, ma non immaginavo quanto.

L’ingegner David Ávila Roldán, studioso degli antichi enigmi cosmici messicani, con gli occhi che brillavano di una conoscenza profonda, e il suo fidato amico Max, con il suo marcato volto indio che lo fa sembrare il custode vivente della storia e dell’archeologia di questi luoghi, ci accompagnavano con passo fermo e lo sguardo che penetrava oltre il visibile. Roldán è un veterano degli studi sulla presenza extraterrestre in Messico in tempi remoti. Una presenza testimoniata da reperti ignorati e derisi dagli archeologi, dichiarati come falsi senza alcune reale verifica perché troppo scomodi, perché costringerebbero l’ortodossia cattedratica, feroce custode del politicamente corretto archeologico, a
riscrivere per intero la vera storia delle origini dell’umanità. E Roldán espone tutto questo in uno dei suoi testi il cui titolo è già tutto un programma: “El conocimiento regalo ancestral del cielo”, cioè: “La conoscenza regalo ancestrale del cielo”.

Mentre percorrevamo il sentiero polveroso verso la piattaforma superiore, il cuore accelerava.
La fatica dell’altitudine ed il caldo a tratti si facevano sentire.

Eccola lì, la piramide a gradoni, maestosa ed enigmatica, con la sua forma che evocava non solo riti ancestrali, ma forse qualcosa di più grande: una rampa pensata per accogliere dischi volanti, come ipotizzava Erich von Däniken nei suoi libri.
Quel visionario che di recente aveva oltrepassato la soglia del mistero che tanto aveva raccontato, autore del libro che ha ispirato il pioneristico e intramontabile documentario di Harald Reinl “Gli extraterrestri torneranno”.
Un lavoro che, ancora oggi, non vede scalfito il suo fascino. Le sue parole riecheggiavano nella mia mente mentre ci avvicinavamo agli Atlanti di Tula, quelle colossali statue di guerrieri alti quasi cinque metri, scolpite nel basalto con una precisione che sfida il tempo e poste sulla cima piatta della piramide come muti guardiani e custodi di un mistero che deve essere ancora svelato.

Toccammo con mano le loro superfici ruvide, fredde al tatto, sentendo un brivido che saliva dalla pietra alla pelle: elmi che sembravano antenne pronte a captare segnali stellari, pettorali incisi come circuiti di un’antica tecnologia, volti severi che guardavano l’infinito… la sensazione di partecipare a un incontro tra mondi.

Certo, gli archeologi spiegano a modo loro le simbologie di questi particolari: la placca sul petto è il simbolo della farfalla, lo strano apparato tenuto nella mano destra dagli atlanti sarebbe un lancia dardi e così via… ma è davvero così o sono antiche tecnologie dimenticate reinterpretate dopo come simboli di elementi naturali e noti? “Quezalcóatl è passato di qui”, sussurrò Max con voce bassa, carica di emozione, “il serpente piumato, viaggiatore del cielo”.
In quel momento, non eravamo solo ricercatori in visita a un sito memore di ancestrali enigmi: eravamo anche pellegrini davanti a un ponte tra Terra e stelle, un pezzo di storia che ci connetteva non solo al passato tolteco, ma a civiltà celesti che forse ci hanno visitati e forgiati in un passato su cui il velo dell’oblio e della censura hanno nascosto una pesante coltre di silenzio.
Poi, le nostre guide ci hanno indicato lo stadio sacro, un anfiteatro dimenticato, dove un tempo si giocava la “Pok-a-Tok”, il rituale del pallone di caucciù, misto a riti e sacrifici per noi oggi orridi e disumani ma accettati nella cultura di quel remoto tempo.

Ai piedi di un’altra piramide Max ci indicava le nicchie nelle pareti, le lastre con bassorilievi di serpenti, aquile, giaguari, e divinità alate, sussurrando di allineamenti astronomici perfetti, di echi di dei ancestrali provenienti dagli abissi dello spazio e atterrati a Tula secoli fa.
L’aria vibrava, quasi palpabile, e io sentivo un nodo in gola: emozioni contrastanti, un misto di stupore infantile e profondità abissale, come se quelle pietre stessero sussurrando verità proibite. Pier Giorgio annuiva in silenzio, Thomas ed io scattavamo foto con mani ansiose, mentre David e Max dipanavano fili invisibili tra mito e realtà. “Questa non è solo archeologia”, diceva l’ingegnere, “è prova che non siamo soli, che non siamo mai stati soli”. Il sole picchiava ora forte, ma il calore interiore era più intenso: essere lì, davanti a questo, non aveva prezzo.
La giornata non finì con le rovine. Ci dirigemmo prima a casa di Max e poi in quella di David, dimore che si rivelarono scrigni di meraviglie. Entrando, fummo travolti da un tesoro che pareva uscito e materializzato dalle pagine di von Däniken all’ennesima potenza: innumerevoli OOPART, oggetti fuori dal tempo e dal luogo, perfetti manuali di cosmiche anomalie archeologiche e culturali.

Pietre levigate con incisioni egizie intrecciate a figure aliene, ibridi tra umani ed extraterrestri che sfidavano ogni evoluzione darwiniana… sono questi gli Elohim di cui parlava Eugenio Siragusa?!? Pensai… e ancora Alieni in volo su piccoli shuttle monoposto, un ricordo in pietra di una fuga precipitosa da un lontano pianeta morente? Come non andare con il pensiero al disastro che milioni di anni fa colpì il pianeta Mallona e di cui tanto estesamente narrò proprio Eugenio Siragusa?
Teschi allungati, alcuni umani, altri chiaramente “alieni”, tavole con scene che rappresentavano una antica convivenza ormai divorata dalle fauci del tempo e occultata dall’ignoranza e dall’avidità umana… Ce n’erano centinaia davanti a noi e sicuramente ne saranno diverse migliaia se avessimo setacciato ogni angolo, ogni stanza di questa collezione privata che David custodisce con devozione sacrale. Basterebbero tre o quattro di questi pezzi per ribaltare la storia ufficiale, per confermare che siamo stati visitati, che i nostri creatori sono gli Elohim, stirpe divina, geni stellari. Eppure, l’archeologia “ufficiale” puzza di compromesso, si aggrappa a dogmi polverosi, ignora tutto questo così come cerca di fare con i corpi di Nazca, cranii e corpi interi alieni con tanto di test DNA e radiografie presentati negli studi di Jaime Maussan e avallati come veri da scienziati di caratura internazionale.
Alcuni dei reperti, come lo shuttle monoposto descritto prima, fosforescenti al buio dopo essere stati investiti dalla luce ultravioletta di una torcia elettrica, emanavano bagliori chemiluminescenti in verde, blu, viola, che danzavano come stelle cadute. “Guardate qui”, diceva David spegnendo la luce e passando il fascio della torcia sui reperti le stanze si accesero di colori ultraterreni, come messaggi dal cielo proiettati sulla Terra.
Sembravano “stargate” spenti ma momentaneamente riportati a nuova vita. Probabilmente questi esseri vedevano l’ultravioletto e l’infrarosso affermava Roldán gettando un altro mistero sui già tanti che ci avevano scosso.

Quelle ore nelle loro case furono un’apoteosi: la quintessenza dei libri di von Däniken, viva e tangibile, un’esplosione di prove che il potere e la scienza ignorano e combattono per mero interesse. Sentivo le lacrime salire, non di tristezza, ma di un amore cosmico che ci avvolgeva, un invito a risvegliarci.
Mentre il crepuscolo avvolgeva Tula in un velo purpureo, ce ne andammo di ritorno a Città del Messico con il cuore colmo, le mani ancora frementi per il contatto con quelle reliquie. Una volta tanto ci sentivamo appagati dalle prove visionate, pronti per interviste e missioni future, tuttavia increduli, come chi finalmente trova il Santo Graal.
Quelle rovine e quei reperti non erano solo storia: erano un richiamo, un ponte verso le civiltà celesti che attendono il nostro ritorno alla consapevolezza. Il cielo sopra di noi si accendeva di stelle, e per un istante, mi parve di vedere Quezalcóatl sfrecciare tra esse, sorridendo.
Tula non si visita: si vive, si ricorda, ti fa rinascere.
Non è la prima volta, davvero, che vedo prove schiaccianti che non siamo mai stati soli sin dall’antico passato, ma l’emozione è sempre quella della prima volta. Forse, quegli occhi di pietra stanno solo aspettando che impariamo finalmente a ricordare e a vedere con occhi veramente aperti e coscienza sveglia. Non c’è peggior sordo di chi non vuole sentire, pensai. Non c’è peggior sordo di questa umanità.
Fraternamente
Fabio Major- Pier Giorgio Caria
4 febbraio 2026
