“Golgota in una stanza: La mia testimonianza”

Di Anila Luka

Sono stati attimi in cui il tempo si è fermato, i secondi si sono spenti e mi sono ritrovata nel mezzo di una stanza piccola, semplice, sul divano davanti a uno scaffale pieno di libri, dove ho visto disteso Lui, Giorgio, il Calice Vivo della Comunione, proprio mentre aveva le stigmate...

“Golgota in una stanza: La mia testimonianza”

Di Anila Luka

Sono stati attimi in cui il tempo si è fermato, i secondi si sono spenti e mi sono ritrovata nel mezzo di una stanza piccola, semplice, sul divano davanti a uno scaffale pieno di libri, dove ho visto disteso Lui, Giorgio, il Calice Vivo della Comunione, proprio mentre aveva le stigmate...

Sono stati attimi in cui il tempo si è fermato, i secondi si sono spenti e mi sono ritrovata nel mezzo di una stanza piccola, semplice, sul divano davanti a uno scaffale pieno di libri, dove ho visto disteso Lui, Giorgio, il Calice Vivo della Comunione, proprio mentre aveva le stigmate.

Ho visto le sue mani e i suoi piedi, i segni su di essi; il sangue era scorso tutt’intorno e se ne sentiva ancora l’umidità. Sul suo volto si distingueva un’espressione di sofferenza forte, ma nobile, negli occhi di chi ha accettato quel dolore con umiltà. Mi sono sentita piccolissima, così tanto da non saper nemmeno come reagire.

Davanti a me avevo un’immagine che avrei tanto voluto vedere, ma non avevo messo in conto quella sofferenza che, davanti ai miei occhi, la rendeva ancora più bella e cara.

Ero lì, a guardare il lieve tremore delle mani e lo sforzo per sorreggersi. Ero lì, a testimoniare quel momento divino che il Cristo aveva vissuto in un altro tempo, in modo moltiplicato per noi uomini, e che oggi mi giunge vivo da quest’uomo, nella cui modestia non avevo mai dubitato. I muscoli delle braccia sfinite si muovevano dal profondo come un tremito involontario dovuto al dolore e, proprio in quell’istante di tempo sospeso, io ho sentito la presenza di Cristo.

Giorgio mi è parso giovanissimo, diverso nel volto e nel corpo, e ho immaginato quella scena terribile nell’antico Golgota. I chiodi di ferro che si conficcavano nei piedi e i muscoli che avevano pulsazioni involontarie per la sofferenza profonda. Non so come sia successo che l’abbia visto o immaginato, ma è stato il momento in cui non sono più riuscita a trattenermi e le lacrime sono scivolate giù senza volerlo.

“O Signore, quanto deve aver sofferto!” — ho detto tra me e me.

Ho visto Giorgio e il Cristo insieme sulla croce, lasciando spazio a due dimensioni intrecciate che non obbediscono alle leggi della fisica o della logica umana. È stato un momento in cui mi sono ritrovata proiettata duemila anni indietro nel tempo, senza alcun preavviso. In quello spazio intermedio, il Golgota non era più un racconto biblico, ma una realtà tangibile, viva, pesante, potente, sconvolgente e capace di cambiare la vita.

Ciò che ho visto non era semplicemente un’immagine; era una trasformazione che sfidava i sensi. Da un lato c’era il Cristo posto sulla croce, e dall’altro c’era lui, Giorgio. Tuttavia, la separazione tra loro ha iniziato a svanire fino a diventare invisibile. Quelle piaghe nel suo corpo erano “porte” aperte di una sofferenza cosmica. In quella stanza, il dolore si fondeva in una sensazione di pace inspiegabile, mentre il suo sguardo sembrava attraversare i secoli per trovare le nostre anime.

Esse restano come un grido di risveglio per il nostro mondo, per chi vorrà ascoltare e cambiare, per chi vorrà essere migliore, per chi vorrà dare il proprio contributo in questo mondo. Sono un messaggio d’amore vivente fatto carne: che la vita spirituale è reale e che la nostra responsabilità verso il Cristianesimo Cosmico è urgente.

Anila Luka

30 dicembre 2025