
Il mondo in tensione oltre la geopolitica
Negli ultimi mesi, il mondo sembra essere entrato in una fase sempre più instabile. I conflitti si intensificano, mentre crescono le tensioni internazionali, e intere popolazioni continuano a pagare il prezzo di decisioni prese lontano dalla loro vita reale.
Il Medio Oriente, ancora una volta, è al centro di questo scenario. Ma ciò che sta accadendo oggi non può essere letto soltanto come una guerra per interessi economici o per il controllo delle risorse.
Le parole che vengono utilizzate e i riferimenti religiosi che emergono sempre più spesso nel discorso pubblico indicano che non siamo di fronte solo a uno scontro tra interessi, ma a uno scontro tra visioni del mondo.
Il ritorno della religione nel potere
Di fronte a ciò che accade, la lettura più immediata è quella geopolitica. Si parla di equilibri internazionali, di alleanze strategiche, si analizzano le mosse delle grandi potenze e si cercano spiegazioni nei rapporti di forza tra Stati. Tutto questo è reale ed è giusto comprenderlo.
Ma fermarsi a questo livello significa cogliere solo una parte del problema.
Se si osserva con maggiore attenzione, emerge infatti un elemento che non appartiene soltanto alla politica o all’economia: il ritorno esplicito di un linguaggio religioso ed escatologico.
Negli ultimi anni abbiamo visto anche in Occidente leader politici accompagnati da momenti pubblici di preghiera e dichiarazioni in cui il riferimento a Dio entra direttamente nel discorso politico, influenzando il modo in cui vengono letti anche gli eventi e i conflitti.
La dimensione religiosa si intreccia in modo sempre più evidente con il linguaggio del potere. Siamo abituati a guardare ad altre parti del mondo come a realtà in cui religione e politica si confondono, spesso definendole teocratiche o fondamentaliste, e considerandole implicitamente lontane o inferiori rispetto al nostro modello.
Ma se osserviamo con lucidità ciò che accade anche in Occidente, diventa difficile sostenere che questa dinamica ci sia davvero estranea. In forme diverse, è sempre esistita.
Questo aspetto assume un significato ancora più rilevante se lo si osserva alla luce della storia recente.
Dopo la Seconda guerra mondiale, l’Europa e gran parte dell’Occidente hanno cercato di costruire un equilibrio fondato anche sulla separazione tra religione e potere politico, proprio per evitare che visioni assolute potessero nuovamente legittimare conflitti e derive estremiste.
Si trattava di impedire che venisse utilizzata come strumento di dominio. Senza di fatto negare la dimensione spirituale. Nel Novecento, anche ideologie apparentemente lontane dalla religione hanno fatto ricorso a linguaggi e simboli pseudo-religiosi e messianici. Nel caso del nazismo, ad esempio, il potere si è presentato come portatore di una missione storica, utilizzando simboli e narrazioni che richiamavano una dimensione quasi sacrale, pur essendo completamente svuotate del loro significato.
Alla luce di tutto questo, il ritorno, oggi, di un linguaggio sempre più esplicito in cui la religione entra nel discorso politico e militare dovrebbe essere osservato con particolare attenzione. Non perché la religione sia un problema, ma perché lo diventa quando viene utilizzata per giustificare il potere e il conflitto.
Siamo all’interno di un clima culturale che si sta rafforzando, in cui la religione entra nel linguaggio del potere, al di fuori della sola sfera personale, influenzando il modo in cui la realtà viene interpretata e le decisioni vengono prese.
È questo passaggio che rende lo scenario più complesso e, allo stesso tempo, più pericoloso.
Messianismi in conflitto e chi guida la storia
In questo contesto, le visioni messianiche assumono un ruolo sempre più rilevante nel determinare le scelte politiche. In alcuni casi, la storia non viene più letta soltanto come un processo antropologico, ma come il compimento di profezie.
Nel mondo occidentale, in particolare negli Stati Uniti, alcune correnti del cristianesimo evangelico, spesso legate a una visione sionista, interpretano il Medio Oriente alla luce della Bibbia cristiana, quindi dell’Antico e del Nuovo Testamento. In questa prospettiva, testi come il libro di Daniele, l’Apocalisse e le profezie di Ezechiele vengono letti come annunci di una fase finale della storia segnata da un grande conflitto, che precede il ritorno di Gesù Cristo. Israele, in questa lettura, assume un ruolo centrale, poiché il suo rafforzamento e il ritorno del popolo ebraico alla propria terra vengono interpretati come segni significativi nel cammino verso il compimento delle profezie. Questo processo verrebbe quindi a culminare in uno scontro finale e in un giudizio, in cui Cristo ritorna come salvatore ma anche come giudice della storia.
Nel mondo ebraico religioso, in particolare in alcuni settori legati al sionismo, il riferimento resta invece la Bibbia ebraica, il Tanakh, e i profeti come Isaia, Ezechiele e Zaccaria. In questa prospettiva, Israele è destinatario di una promessa di restaurazione e centralità nella storia, mentre il Messia non è ancora venuto e non è riconosciuto in Cristo, ma è atteso come una figura futura, capace di guidare il popolo verso una piena realizzazione.
Qui il compimento passa attraverso l’affermazione di Israele e l’arrivo di un Messia che agisce nella storia, anche sul piano politico, non attraverso un giudizio universale guidato da Cristo.
In alcune interpretazioni, questi passaggi vengono letti anche in chiave politica e di affermazione storica, mentre altre letture ne sottolineano il significato più spirituale e universale.
Il punto di separazione tra queste due visioni è quindi netto: da una parte il riconoscimento di Cristo come Messia e centro del compimento della storia, dall’altra il suo rifiuto e l’attesa di un Messia ancora futuro.
Nel mondo sciita, in Paesi come l’Iran, la visione è legata al ritorno del Mahdi, una figura destinata a ristabilire la giustizia dopo una fase di caos e conflitto. Anche qui la storia viene letta come un processo che conduce a uno scontro finale.
In parte queste visioni attingono a una radice comune di testi e tradizioni, ma ne sviluppano interpretazioni profondamente diverse, selezionando e leggendo in modo differente i passaggi che riguardano il destino dell’uomo e della storia.
In modo apparentemente paradossale, prospettive tra loro incompatibili finiscono per convergere nella realtà concreta. Correnti che riconoscono Cristo e correnti che lo rifiutano si trovano oggi a sostenere gli stessi processi storici, perché entrambe leggono gli eventi attuali come passaggi necessari verso il proprio compimento finale.
Quando più prospettive considerano lo stesso tempo come decisivo, il conflitto può essere anche avvicinato, e in alcuni casi persino favorito.
A quel punto siamo chiaramente di fronte a una realtà in cui l’uomo inizia a sentirsi parte attiva di un disegno che crede di dover realizzare.
La distorsione del sacro e la perdita di coscienza
È a questo punto che emerge una verità ancora più profonda. Il problema non è soltanto nelle ideologie, nelle religioni o nelle strategie politiche. Il problema è nell’uomo. È nella perdita della sua coscienza originaria.
Quando l’essere umano perde il contatto con la propria dimensione più profonda, smette di cercare la verità e inizia a cercare solo conferme; piega la realtà al proprio punto di vista. È in questo spazio che nasce la distorsione.
Le scritture, che dovrebbero essere strumenti di elevazione, diventano strumenti di giustificazione. Le profezie, che parlano all’interiorità dell’uomo, vengono trasformate in programmi da realizzare. Il sacro, che dovrebbe guidare verso l’unità, viene utilizzato per legittimare la divisione. In alcuni casi questa distorsione nasce da una reale perdita di coscienza e da una lettura limitata dei testi. In altri, invece, il linguaggio spirituale viene utilizzato in modo consapevole, come strumento per orientare il consenso e giustificare il potere.
È una differenza sottile ma fondamentale. Perché se nel primo caso l’uomo è soggiogato da ciò che non comprende, nel secondo è pienamente cosciente di ciò che sta facendo.
Un esempio emblematico di questa dinamica può essere osservato anche in figure come Peter Thiel, imprenditore e pensatore influente della Silicon Valley, che ha più volte utilizzato categorie religiose e apocalittiche per leggere il presente.
Nel suo pensiero, il linguaggio del cristianesimo viene impiegato per denunciare sistemi di potere considerati “anticristici”, ma allo stesso tempo propone visioni e modelli che, pur presentandosi come alternative, rischiano di riprodurre quelle stesse dinamiche di controllo e dominio che vengono criticate.
Lo stesso riferimento all’antropologo e filosofo René Girard, di cui si richiama, appare spesso parziale. La sua riflessione viene ripresa soprattutto nella dimensione escatologica, legata all’idea di un tempo di crisi e di rivelazione, ma non nella sua interezza.
Il pensiero di Girard è infatti profondamente radicato nel messaggio cristico, che non conduce al controllo o all’imposizione, ma al superamento della violenza attraverso i valori dell’amore e della pace, senza mai togliere all’uomo la libertà di scelta.
Isolare la dimensione apocalittica da questo nucleo significa trasformare un messaggio di liberazione in una lettura che può essere utilizzata per giustificare il conflitto e il dominio.
In questo senso, la distorsione del sacro non avviene solo per ignoranza, ma può diventare anche una scelta consapevole, volta ad alimentare il proprio sistema di potere.
Questa dinamica descrive una condizione più ampia dell’essere umano che esula dalle singole figure.
In molte tradizioni spirituali occidentali questo stato è stato descritto come separazione, o perdita dell’unità originaria, e in alcuni casi anche come dissociazione interiore. Nel pensiero orientale si parla di brama, una forza interiore che spinge l’uomo a volere, a possedere, a controllare e a dominare, fino a farlo sentire separato dal tutto.Siamo davanti a un movimento più profondo che trasforma ogni cosa, anche la fede, in uno strumento al servizio dell’ego. E così la guerra può diventare necessaria, il conflitto può essere interpretato come parte di un disegno divino, anche quando ciò che si manifesta non è la volontà di Dio, ma quella dell’uomo che ha perso coscienza.
Quando l’uomo vuole sostituirsi a Dio
A questo livello, l’uomo, perdendo coscienza e lasciandosi guidare dalla brama, inizia a voler determinare la realtà. Non si percepisce più come parte di un ordine più grande, ma come colui che deve realizzarlo.
È un archetipo antico, presente in molte tradizioni: il momento in cui l’uomo smette di essere servitore del disegno e cerca di prenderne il posto.
Questo passaggio è stato rappresentato simbolicamente dalla figura di Lucifero, non come un nemico esterno, ma come il principio della separazione, della volontà che si sgancia dalla propria sorgente.
Lo stesso movimento si è manifestato nel tempo in forme diverse, nel dominio sulla natura, nell’idea di superiorità tra gli uomini, nella pretesa di controllare i processi della vita e della storia.
Oggi questo principio riemerge anche nella pretesa di poter forzare ciò che appartiene al mistero. Il discorso sull’Apocalisse diventa allora estremamente delicato, perché riguarda un compimento che trascende la volontà umana, e che non può essere provocato.
Quando l’uomo tenta di anticipare o innescare ciò che dovrebbe solo comprendere, entra in una dinamica pericolosa. Ogni volta che cerca di sostituirsi al divino, genera distorsione e tutto ciò che più si allontana dall’ordine e dall’armonia.
La creazione vera nasce dalla relazione, non dalla competizione con Dio.
L’anticristo come principio di distorsione
In questo contesto, il termine “anticristo” assume un significato più profondo di quanto spesso venga rappresentato. Non è semplicemente ciò che si oppone al Cristo, ma ciò che ne assume il linguaggio svuotandolo del suo significato.
L’anticristo si manifesta nei modi più subdoli, come una imitazione, e si presenta come una promessa di salvezza che non libera ma controlla, di ordine che irrigidisce e di pace che, in realtà, prepara il conflitto.
È tutto ciò che utilizza il linguaggio del bene perdendo il contatto con la verità che quel linguaggio dovrebbe incarnare. L’anticristo non riguarda soltanto una figura o un evento futuro, riguarda un principio che può attraversare ideologie, sistemi politici e forme religiose.
Ogni volta che il messaggio spirituale viene trasformato in strumento di potere, ogni volta che la fede viene utilizzata per giustificare il dominio e sostenere la divisione, si manifesta una forma anticristica.
E questo vale anche a livello individuale, perché l’anticristo è prima di tutto una possibilità interiore: quella di separarsi dalla verità continuando a parlarne.
Cristo e il rovesciamento del potere
È proprio in questo punto che il messaggio di Gesù Cristo rivela tutta la sua radicalità.
Nel contesto storico in cui visse, molti attendevano un Messia capace di liberare il popolo attraverso la forza, di ristabilire un ordine politico riaffermando un nuovo dominio. Era l’idea di un Messia vincente, capace di imporsi nella storia.
Cristo si colloca fuori da questa logica. La sua azione si manifesta nel modo in cui entra in relazione e in ascolto con l’uomo, ponendosi al suo servizio. La sua forza risiede, nella capacità di rimanere in connessione con il Padre anche nel momento della prova, senza imporre il suo volere. Quindi è fuori da ogni logica di dominio e non costruisce nessun sistema di potere.
Ed è proprio questa distanza dalle aspettative dell’uomo che porta al suo rifiuto.
Perché quando l’uomo perde coscienza, tende a cercare un messia che risolva il mondo dall’esterno, che vinca secondo le logiche della forza e dell’imposizione. Cristo invece indica una trasformazione che nasce dall’interno e che non può essere imposta. Lo dimostra fino alle estreme conseguenze, accettando la croce e rifiutando ogni forma di affermazione attraverso la forza.
In questa Pasqua, che è tempo di rinascita ma anche di rivelazione, desidero invitare ciascuno di noi a fermarsi e riconoscere questa differenza.
Ritorno alla coscienza e azione nel mondo
Riconoscere questa differenza significa prima di tutto guardare a noi stessi. Significa assumersi la responsabilità di ciò che accade dentro di noi, perché è lì che nascono le dinamiche che poi si riflettono nel mondo.
L’unico spazio su cui abbiamo reale possibilità di azione è la nostra coscienza. È lì che possiamo sciogliere i processi interiori che generano separazione e si manifestano nel mondo.
Ma proprio da questo lavoro interiore può nascere anche un’azione concreta, capace di portare nel mondo una direzione diversa.
FUNIMA International, organizzazione umanitaria di cui sono presidente, nasce esattamente con questa intenzione: agire nel mondo a fianco delle persone più vulnerabili, delle comunità più fragili, delle popolazioni ancestrali e di quelle che oggi sono più colpite dalla violenza e dalla divisione.
Da alcuni mesi siamo presenti anche a Gaza, operando a sostegno delle popolazioni colpite da questa guerra. Lo facciamo rispondendo a bisogni concreti, mettendo al centro la dignità dell’essere umano.
Esiste anche una dimensione più profonda.
Scegliere di essere presenti proprio lì, nel luogo in cui il conflitto si manifesta con maggiore intensità, significa entrare anche su un piano spirituale ed energetico.
Significa riconoscere che ciò che accade è anche una manifestazione di forze che agiscono nella direzione anticristica della distorsione e della separazione. Noi, in questo modo, scegliamo di porci in direzione opposta, portando azione e presenza a favore dei valori cristici di unione e amore.
Essere lì, quindi, non significa soltanto intervenire sulle conseguenze visibili, ma assumere una nuova consapevolezza che coinvolge questa tensione tra forze che separano e forze che uniscono.
È un lavoro che FUNIMA International accompagna ogni giorno, attraverso i gesti e le azioni che portiamo nel mondo.
Giovanni Bongiovanni
Presidente Funima International
4 Aprile 2026
