
Il suo sguardo si perde là, verso l’orizzonte, dove i raggi del sole accarezzano la terra che oggi accoglie i suoi passi.
Non importa se è notte profonda: egli, più di chiunque altro, può scorgere la luce che emana dal Sole, e che, anche in presenza della luna, avvolge il nostro pianeta illuminando la dimensione che ci eleva.
Un’eterna angoscia imprigiona il suo petto d’Uomo, proprio lì, nello spazio chiamato plesso, dove la Sua Essenza dimora nella materia che prende forma fisica – umana.
Quello sguardo rivolto al vuoto, che spoglia l’oscurità, svela il tesoro nascosto in uno scrigno vellutato di stelle.
Che cosa distingue un profeta di Dio dal resto degli uomini? Cosa lo rende diverso?
Quale differenza lo fa degno della compiacenza del Padre?
Mi domando, guardandolo sotto la luce che lo avvolge:
Qual è il sacrificio che deve compiere?
Quel sacrificio che ogni mortale credente e fedele si illude di poter affrontare, ma che in realtà solo gli Uomini-divini realizzano.
La solitudine profonda, unica, irrimediabile, ineludibile: scelta consapevole.
Una solitudine perenne che avvolgerà tutta la sua esistenza; l’àncora che lo unisce al Padre, la protezione infallibile nella missione che incarna.
Rinuncia assoluta a questa natura umana che oggi è chiamato a vestire.
Come sopravvivere nella densità della materia portando il peso di una natura umana che definisce il suo corpo, la sua psiche, il suo cammino e la sua discendenza?
Come adempiere al compimento di un patto eterno di Servizio con l’Altissimo in mezzo a una società limitata, che egli deve svegliare, preparare e guidare verso la crescita evolutiva necessaria a ripopolare un nuovo mondo?
L’essere umano, sociale per natura, creato per vivere in comunità affinché possa persistere su questo pianeta, necessita come l’aria della presenza dell’altro.
Non si sente libero da alcun peccato se non lo confessa a qualcuno; non comprende se stesso se non nel confronto con il prossimo; non si sviluppa in alcun aspetto se non nella convivenza con un suo simile.
I diversi ruoli che interpretiamo in questa società e che ci identificano apportano allo spirito quasi il 90% del peso necessario all’evoluzione.
Per questo le nostre scelte spirituali dipendono così tanto dalla nostra storia di vita e dobbiamo “Morire in Cristo per rinascere alla Vita Eterna”.
Quando si parla di essere capaci di rinunciare a noi stessi per abbracciare il Padre, ci si riferisce proprio a questo: spazzare via con un soffio tutto ciò che ha segnato la nostra esistenza.
Spesso pensiamo che significhi rinunciare solo a ciò che non ci piace, interpretando erroneamente che solo ciò che ci ha ferito o fatto soffrire ci separa da Dio.
Ma cosa accadrebbe a noi, uomini e donne comuni, se la condizione fosse rinunciare a ciò che ci fa stare bene e abbracciare ciò che ci fa soffrire, per trovare la Luce?
La sofferenza umana non è quella spirituale, e la gioia mondana non è quella delle stelle.
Il Profeta di Dio rinuncia innanzitutto a se stesso, nella più ampia e radicale accezione del termine; rinuncia a tutto ciò che, lungo il suo cammino nel mondo, gli ha donato soddisfazione o felicità umana.
Rinuncia a quei piccoli istanti in cui tutto sembra buono, a quei momenti di gioia interiore che nascono spontaneamente nel contatto con l’altro.
Un sorriso, una carezza, un bacio, un abbraccio, uno sguardo, una mano che sostiene la tua stanchezza: sono acqua di vita lungo il deserto del cammino sulla Terra.
Lui, che tanto ci ama, nel corso delle sue vite ci ha implorato di comprendere e realizzare la grandezza della sua rinuncia.
Non per sé – che comprende la dinamica del Cielo – ma per noi, affinché si attenui il dolore umano che potremmo provare nell’accompagnarlo nel mondo e camminare al suo fianco.
Ce lo avverte da vite antiche, ce lo racconta, ce lo grida in faccia; lo ha scritto nelle stelle e anche nei suoi libri.
Giordano Bruno, ad esempio, parla di rinnovamento morale e critica con forza l’ipocrisia sociale.
In alcune sue opere sostiene che il vero filosofo si libera dal volgare per avvicinarsi all’eterno, si distacca dal mondo per contemplare l’unità divina e infinita, e afferma che l’immensità dell’universo lascia l’individuo “solo” di fronte all’infinito.
Ma non dobbiamo confonderci: questa solitudine non è vuoto, bensì espansione interiore, una sorta di confronto con l’illimitato.
E con forza, dall’eternità del tempo, continua a gridarcelo e ci ricorda che il vero filosofo è colui che accetta l’infinito e rimane fedele a sé stesso anche quando il mondo lo respinge, distinguendo l’essere comune da quell’“individuo” che segue la propria coscienza, anche se destinato a rimanere solo di fronte alla società.
Un profeta di Dio sceglie la solitudine della morte come destino filosofico – spirituale.
“Più paura avete voi nel pronunciare la sentenza che io nel riceverla.”
Perché il Padre sceglie un Profeta?
Perché, pur sapendo che tornerebbe ancora e ancora a soffrire lo stesso supplizio umano, è disposto a vincere la solitudine con la morte in Olocausto.
Non pensate, né pretendete, né desiderate voi, uomini e donne che lo accompagnate, di essere i suoi unici amici, compagni, servi o confidenti intimi, poiché un Profeta del Padre conserverà sempre molto per sé e non rivelerà mai completamente i suoi sentimenti e pensieri nati da quella congiunzione tra il Cielo e la Terra che avviene nel suo interior.
Poiché le dimensioni del Padre sono irraggiungibili per le nostre menti e i nostri spiriti.
Le sue lacrime saranno visibili e ce le donerà in istanti magici, ma il dolore che vive per il Fatto Celeste del Sapere resterà nascosto ai nostri occhi profani.
Come solo il Padre conosce il Giorno e l’Ora, e nemmeno al Figlio è concesso sapere, allo stesso modo il divenire ci sarà celato, poiché il Profeta non può rivelarcelo per il bene del nostro cammino.
Un Profeta di Dio si auto-condanna alla solitudine più profonda e all’incomprensione totale, in cambio del Sapere che gli permette di Essere colui che ci guida verso l’eterno.
E ricordate, uomini e donne del mondo, che un Profeta di Dio, in questa società, non sarà mai veramente padre anche se avrà figli, non sarà mai sposo anche se avrà donne, non sarà mai amico anche se lo accompagnerete fino alla morte.
Perché Egli è il Padre, è lo Sposo, è l’Amico.
Felici coloro che comprendono questo concetto e la profondità di ciò che oggi scrivo, sebbene espresso con parole imperfette ma con devozione al suo significato.
Felice sono nel pronunciarle, anche se il linguaggio limita brutalmente ciò che sento dentro.
Erika Pais
24 novembre 2025
