
Il tempo è lineare, si piega, si arresta, trascorre, ci avvolge, può essere attraversato, vissuto, fermato… il tempo.
Il tempo può essere qualsiasi cosa ci venga in mente e occupare in noi ogni particella che scegliamo di donargli e con il potere che desideriamo conferirgli.
Perché il tempo è nel silenzio, è nel suono, è nell’angosciosa attesa di un condannato a morte ed è nell’effimero incontro degli amanti.
Nel tempo Non c’è Roma. Non c’è Sicilia.
C’è semplicemente uno spazio senza fine, senza geografia. Nel tempo c’è vita, c’è morte, ci sono incontri dove le coscienze si riconoscono. Dove si guardano allo specchio dello ieri, dell’oggi, del domani, dell’eterno.
L’Uno è avvolto in una luce che non brucia. In un silenzio che intona melodie, nel trascorrere delle cose che trattengono i sospiri.
Il fuoco per lui non è più castigo: è memoria trasfigurata.
Guarda l’orizzonte senza orizzonte là dove gli occhi umani non riescono a distinguere l’inizio e la fine…
—L’universo è infinito —dice.
Non perché lo abbia misurato, ma perché lo ho presentito.
Dall’altro lato, una voce che porta con sé il dolore, la gioia, il peso della storia moderna e l’ansia degli ultimi tempi e che porta nel suo corpo umano il Sangue come segno risponde:
—E il tempo non è eterno. Ha limiti. La giustizia lo attraversa.
Bruno sorride.
—Tu parli della fine. Io parlai dell’illimitato. Sembra opposto…ma non lo è.
—No —risponde l’Altro—.
Perché l’infinito senza giustizia sarebbe caos. E la giustizia senza infinito sarebbe tirannia.
Silenzio.
Non il silenzio della censura. Il silenzio dell’intendimento. Del riflesso di due corpi attraversati da un’unica compenetrazione, due incarnazioni, una vita.
—Ti hanno bruciato per aver spezzato il cielo —dice l’Altro.
—E a te ti mettono in discussione per indicare la terra —risponde l’Uno.
Bruno avanza un passo in quella chiarezza che non proietta ombra.
—Il potere teme di perdere il centro.
—E teme ancora di più di essere giudicato —aggiunge l’Altro.
—Io dissi che i mondi sono innumerevoli.
—Io dico che le opere sono contate.
—Io decentralizzai il cosmo.
—Io decentralizzo l’autorità. Perché questa non appartiene agli Uomini, appartiene al Padre attraverso il Suo Figlio
Si guardano.
Non come uguali in un tempo diverso, ma come proiezione e perfezione l’uno nell’altro. Complemento filosófico e spirituale che attraversa il tempo, l’impronta dell’Uno che conduce all’Altro. La stessa vibrazione, ricordi differenti. L’Unione delle parti.
—Ci chiamarono eretici —dice Bruno.
—Ci chiamano esagerati, fanatici, scomodi —risponde l’Altro.
Bruno alza lo sguardo verso quell’infinito senza tetto.
—Forse tremavano più loro.
L’Altro inclina il capo.
—E forse tremano ancora.
Un vento che non è vento attraversa lo spazio.
—Arderai anche tu? —chiede Bruno.
L’Altro non risponde immediatamente.
—Il fuoco cambia forma. Ma lo spirito non negozia.
Bruno annuisce.
—Allora non siamo lo stesso uomo.
—No.
—Ma siamo la stessa domanda.
—Sì.
E in quell’istante, infinito e giudizio cessano di essere concetti. Diventano una sola linea verticale
che attraversa la storia. Una linea che non appartiene alla Chiesa, né allo Stato, né alla piazza, né all’auditorio.
Appartiene allo spirito quando decide di non retrocedere.
E fuori dal tempo, L’Uno e l’Altro si fondono, si confondono, si riconoscono.
Come due fiamme distinte alimentate dallo stesso vento
Ed entrambi sono l’Altro fuso nell’Uno.
In memoria del mio maestro eterno quello di ieri, di oggi e di sempre.
Erika Pais
17 febbraio 2026
