Santa Pasqua 2026. Confessioni di uno stigmatizzato

Di Marco Marsili

Giorgio Bongiovanni ha ricevuto le stigmate a Fatima il 2 settembre 1989.

Santa Pasqua 2026. Confessioni di uno stigmatizzato

Di Marco Marsili

Giorgio Bongiovanni ha ricevuto le stigmate a Fatima il 2 settembre 1989.

Cosa prova nel suo cuore uno stigmatizzato quando sente che il Divino lo chiama a rivivere nel suo corpo la Passione di Cristo? Cosa prova quando riceve “la Chiamata” e sente avvicinarsi la miracolosa sanguinazione delle sacre ferite?

Poiché le stigmate simboleggiano la presenza di Gesù, si è portati a credere che durante le sanguinazioni il mistico viva una condizione di beatitudine, e che lo spaventoso dolore delle sante piaghe venga superato in un’estasi di visioni celestiali. Ma è veramente così? Cosa avviene davvero nell’anima del mistico, che in quelle ore di suprema agonia diventa ad un tempo altare ed olocausto del divino martirio?

Giorgio Bongiovanni ha ricevuto le stigmate a Fatima il 2 settembre 1989. I segni nel suo corpo sono permanenti, e gli esperti (medici chirurghi, psicologi, psichiatri, ecc.) hanno dimostrato che si tratta di ferite inspiegabili secondo la scienza medica convenzionale: non sono autoinflitte né provocate da intervento umano, la dolorosissima apertura periodica delle piaghe avviene spontaneamente, e dopo il sanguinamento la rimarginazione è rapidissima, istantanea.

Mentre il processo di lacerazione e cicatrizzazione delle normali ferite avviene in modo ordinario, il sangue delle stigmate coagula in modo autonomo e indipendente dal resto del corpo (che, peraltro, è affetto da diabete e perciò simili ferite dovrebbero portarlo alla morte). Inoltre le ferite non si infettano, restano perennemente pulite da quasi quarant’anni, eppure non guariscono.

Per non parlare dei fenomeni prodigiosi connessi alle sanguinazioni, come ad esempio il profumo di rose che emana in molte occasioni, o le figure sacre formate dal sangue sfidando la forza di gravità e le leggi della fisica. Questi sono alcuni dei tanti dati scientifici ed empirici che dimostrano la “irrazionalità” delle stigmate.

Ma cosa accade nella interiorità dello stigmatizzato? È molto importante conoscere i suoi processi mentali, che confermano l’autenticità del fenomeno ancor più delle indagini scientifiche, e dimostrano che si tratta realmente di un miracolo divino. Se la scienza attesta che le ferite sono “inspiegabili e innaturali”, è proprio nei pensieri e nei processi interiori dello stigmatizzato che possiamo trovare la prova più importante della realtà divina del fenomeno.

La logica infallibile insegna che nessuna persona sana di mente desidera soffrire, ed ogni persona sana di mente rifugge il dolore. La sanguinazione delle stigmate non genera piacere, felicità o appagamento. Al contrario, nelle ore che precedono questo prodigio e per tutto il tempo del suo compimento, la sofferenza fisica e psichica arriva al culmine, diventa insopportabile, e il mistico prova le più opprimenti emozioni di ripugnanza, si sente solo, si sente abbandonato, si dispera, è sconvolto, angosciato, in preda al panico, detesta la sua condizione e vorrebbe fuggire l’incomprensibile strazio, di cui addirittura si vergogna.

Egli è consapevole che nel suo corpo si produce un miracolo che scaturisce dalla dimensione soprannaturale. Ed è anche consapevole che quella dimensione è divina, non è diabolica, poiché conosce le conseguenze che derivano da questo miracolo, conseguenze positive per sé stesso e soprattutto per le altre persone.

Egli sa che alla fine proverà sentimenti sublimi, all’antitesi di quegli spaventosi sentimenti che lo accompagnano durante la sanguinazione. Sa che si sentirà onorato di aver partecipato alla Passione del Signore, di aver vissuto “l’imitazione di Cristo”. Sa che proverà gratitudine, che si sentirà riconoscente perché quel prodigio aiuterà i sofferenti, accenderà il fuoco della Fede nelle anime fredde, consolerà i cuori afflitti, riunirà fraternamente gli amanti della verità…

Ciononostante, durante la sanguinazione non può fissare il pensiero su queste certezze, perché in quelle ore terribili egli è prostrato sino allo spasimo, accecato dalle centomila persecuzioni di Lucifero e delle sue schiere infernali, che in quei momenti si scatenano hanno la libertà di torturare l’anima del mistico, al fine di farlo cadere in tentazione, per indurlo a rinnegare la sua missione, per indurlo a tradire Cristo.

Tutto questo ci aiuta a capire ciò che ha vissuto Gesù dal Getsemani al Golgota, ci aiuta a capire il suo rifiuto della morte e il senso delle sue accorate parole sulla Croce:

“Padre, perché mi ha abbandonato?”

Gesù detestava quella situazione iniqua e innaturale, sentiva che non doveva andare così, sentiva di essere innocente, sentiva che tutti i suoi dolori erano ingiusti, immeritati, assurdi, ingiustificati, e soffriva orribilmente.

Eppure, malgrado la sua mente volesse il contrario, malgrado il suo cuore si ribellasse alla raccapricciante tribolazione, egli accettò quella Verità che trascende l’umana natura, la Verità che in quel momento egli non sentiva. Gesù riuscì a vincere sé stesso e a vincere il mondo, e con le sue ultime forze disse: “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito”. Circa 39 ore più tardi, il sepolcro fu trovato vuoto.


Quelle che seguono sono le parole che Giorgio Bongiovanni ha pronunciato il 6 aprile 2026 di fronte ai fratelli spirituali riuniti per celebrare la Santa Pasqua. Grazie a questa “confessione”, per la prima volta abbiamo la possibilità di conoscere lo stato interiore di uno stigmatizzato in tutte le fasi della sanguinazione.

Per prima cosa giunge la Chiamata, la consapevolezza che la sanguinazione sta per avverarsi, e così il mistico inizia pian piano a precipitare nella notte oscura dell’anima, il suo Getsemani, dove egli sprofonda nella quasi totale perdizione.

Poi viene la fase dell’accettazione: benché ricalcitrante e disgustato, egli asseconda la terrificante agonia, dove la comunione con Gesù significa la comunione con la Sua riluttanza al dolore, con le più oscure tentazioni, con il senso di ingiustizia, di inutilità, con il disgusto e il terrore per il mostruoso supplizio. Infine, dopo il sanguinamento che equivale alla crocefissione e alla morte, viene il tempo della teofania che porta con sé le visioni divine e gli ammaestramenti da trasmettere a tutti i fratelli spirituali.

E così, finalmente, la rinnovata consapevolezza giunge come l’aurora ad illuminare la tenebra ormai sconfitta: il martirio non fu invano, la Passione ha dato ancora una volta i suoi frutti di salvezza, ha lavato i peccati, ha svegliato i dormienti, ha consolato gli afflitti. Per l’ennesima volta la croce diventa albero di vita, intorno al quale tutti i fratelli, terrestri e celesti, si riuniscono nell’amplesso dell’amore sacrificale. Ancora una volta il Calice vivente ha versato nei loro cuori l’eterno vino novello della Comunione Cristica.

Leggendo queste parole possiamo immergerci nell’oceano del più profondo mistero che unisce l’umano al Divino, il mistero della vita, della morte e della resurrezione. Seguendo queste parole come Dante seguì Virgilio, là, negli abissi dell’anima, troveremo la chiave dorata della grande verità, della grande comprensione, la chiave della vera conoscenza che scioglie il segreto del grande mistero. E allora Virgilio cederà il passo alla celeste Beatrice che sorgerà tra le righe, parola dopo parola, e così impareremo a risalire dall’oscurità, portando con noi questa chiave magica, la chiave d’oro che aprirà le porte solari della vita eterna.

Cristo mi ha chiesto una cosa che un po’ mi mortifica, che mi fa vergognare. Mi ha detto: “Racconta che cosa succede durante la sanguinazione.” Forse voi pensate che io in quei momenti veda la luce, il Cristo… Ma in realtà io lo vedo dopo, lui arriva dopo la sanguinazione, quando mi dà un suo messaggio da trasmettere.

Ma il tempo che va dalla Chiamata fino al momento della sanguinazione, quel tempo che è di circa tre ore, è il momento più grave, più terribile della mia vita, provo una vergogna tremenda, sono nudo, c’è l’oscurità, c’è qualcuno che mi apre la carne con una lama, con un coltello, con un chiodo, e mi vergogno, mi sento mortificato, mi sento cattivo. Cosa sta succedendo? Perché succede questo?

Perché mi fai fare questo? Perché mi fai provare questa assurda vergogna, questa tortura devastante? E succede sempre nello stesso modo da più di trentacinque anni… vergogna, pianto, dolore, grida, convulsioni, nero, vedo solo nero, paure… e intanto cominciano ad aprirsi le ferite, e io non le voglio vedere, è come se rifuggissi, una situazione bruttissima per la mia mente e il mio cuore.

Quando la sanguinazione sta per finire e vedo tutte queste ferite aperte, quasi da psicopatico, da schizofrenico, in realtà entro in uno stato spirituale di beatitudine, comincio a sentire gioia, felicità, mi metto a piangere, e in quel momento mi appare Gesù, è lì che ricevo il colloquio.

Quindi la sanguinazione non è come voi pensate, non è mai stata come voi avete pensato, e cioè che la sanguinazione delle stigmate viene vissuta con grande dolore ma viene superata grazie all’amore e alla luce di Cristo. No, in quel momento c’è solo nero, buio, satana, mi vergogno, in quel momento penso di essere un pazzo da rinchiudere in manicomio e non mi spiego perché succeda questo nel mio corpo, chi lo fa, come lo fa, perché lo fa, in quel momento penso che non sia giusto che succeda questo, penso che non c’è bisogno di questa sofferenza inspiegabile.

Perché io sono uno scienziato, sono un extraterrestre, sono un messaggero di Dio, posso parlare spiritualmente, e allora mi chiedo perché ci sia bisogno di questa tortura per convincere gli altri… convincerli a fare cosa? A farti conoscere meglio, Gesù Cristo? Ma per quale motivo? E tu mi condanni a fare questo. Tutto questo succede durante due, tre, quattro ore, e vedo il nero, il buio.

Quando finisce, però, e mi guardo intorno, cambio idea e dico: “Signore, dove vuoi che vada oggi? Cosa devo fare per te, con questi segni?”

Questo è ciò che accade, ed era doveroso che io lo raccontassi. Ecco perché mi vedete mortificato, impaurito, non voglio sanguinare, non lo voglio fare, non ci voglio andare… All’inizio ero giovane, volevo sanguinare cinque volte al giorno. Adesso invece la mia tentazione, la mia prova più grande, che succede forse tre o quattro volte all’anno, è proprio la mia più grande prova, la mia più grande giornata da superare, il mio più grande momento, nel quale potrei perdermi e tradire Dio, è proprio il momento della sanguinazione.

Non è il momento più bello, è il peggiore che mi accade durante l’opera, è il momento peggiore, il più triste, il più mortificante, è proprio ciò che non vorrei. Magari vorrei anche essere ucciso dalla mafia, torturato, ammazzato, arrestato, processato, accusato di crimini orrendi che non ho commesso… affronterei tutto, con difesa, con grande coraggio. Invece, ciò che non riesco ad affrontare ma poi lo affronto, ciò che non riesco a superare ma poi lo supero, è proprio la sanguinazione, quel momento nel quale voi pensate che io sia preso da Cristo, preso da Dio… No, invece è il momento più brutto della mia vita.

Ma Lui vuole questo e allora diecimila volte gli ho offerto il mio cuore e, se vuole, lo faccio per altre diecimila volte. Ma io non ho mai mentito ai miei fratelli e questa è la verità. Adesso la sapete tutta, non ho più niente da nascondere.

Eppure lo riconosco, le stigmate sono il segno che ha messo in ginocchio il mondo, il segno che ha risvegliato tutti voi, che vi ha portato a Cristo, e quindi Lui è vero, ed è vero anche che il segno è ciò che ci fa stare insieme, che ci unisce, il segno è la nostra forza, il segno è la presenza di Cristo, è il ricordo di Cristo, è la memoria di Cristo, il segno è la forza della potenza di Dio, è vero anche questo. Per questo poi mi convinco che devo portare questo segno fino alla morte.

Eugenio Siragusa quando eravamo ragazzi ci diceva: “Presto avremo un grande segno! È un messaggio di Woodok, è un messaggio!” Gridando diceva: “Nella nostra opera avremo un grande segno che farà tremare i potenti, li farà inginocchiare e farà tremare le vene ai polsi, e tutto il mondo lo vedrà!”

Era questo il segno dell’opera, le stigmate, che io rifiuto sempre ma poi accetto perché… non trovo le parole, è terribile, viverlo è terribile, per questo la parte più bella che mi fa innamorare di Gesù, il figlio di Dio e Cristo, al di là del fatto che Cristo è lo Spirito Santo, è quel luogo, il Getsemani. Perché io, scusate la mia arroganza, io so che cosa ha provato Gesù e che cosa non voleva fare, lo so perché lo vivo nelle mie sanguinazioni, quello che lui sentiva dentro, la mortificazione, il fatto che lui considerava ingiusto quel martirio, che doveva provare quei dolori che gli hanno fatto uscire il sangue dalla testa per quanto era mortificato, mortificato… e questo succede anche a me, quel momento mi mortifica.

Non fatevi ingannare da certe idee che purtroppo circolano negli ambienti cattolici riguardo agli stigmatizzati, dove si pensa che gli stigmatizzati vivano la sofferenza con gioia e beatitudine… gli stigmatizzati durante la sanguinazione sono indemoniati dal dolore, dalla rabbia, dal desiderio di vendetta, dall’essere contro Dio, perché non lo vogliono! Ma poi vince l’offerta: “Lo vuoi? Tu vuoi questo da me? Va bene, se questa è la Tua volontà, Dio, io lo farò”. Ma non posso farlo ridendo, gioendo e ballando, perché io sento atroce sofferenza e atroce vergogna. Ecco, non ve l’avevo mai detto, e adesso ve l’ho detto.

Quindi adesso, quando sanguinerò, quando voi sarete nella mia mente, vorrei che vi vergognaste con me, che vi arrabbiaste con me, che pregaste con me e che alla fine vi offriste con me: “Sì Signore, questi segni sanguinanti li devo portare, eccomi”. Ma le tre ore del Getsemani, pensate che io non sono beato, non sono nell’Eden, non sono nella luce di Cristo: sono nelle tenebre più oscure che l’uomo possa vivere. Un uomo come me, che crede, che ama, che vi ama tutti, che ama la giustizia, ama i fratelli del Cielo, in quel momento è l’uomo più brutto che ci sia sulla Terra, per ciò che sente e che vive.

Per questo Cristo mi ha scelto, per raccontarvi ciò che lui ha vissuto. Il prossimo profeta che Dio manderà sulla Terra non vivrà questo tormento, lui porterà la spada di Dio.

* * *

Per l’ennesima volta il Cristo eterno, tramite il Suo prediletto abitacolo, ha lavato le nostre colpe, ha ripulito il nostro gravame karmico, ha elevato le nostre anime, ha illuminato i nostri cuori, ha raddrizzato le vie dei nostri pensieri, ha sigillato un altro passo del glorioso cammino del Salvatore, ha esteso le benedizioni del cielo sulle nostre povere e piccole persone, ha versato il vino novello del Sole, energia psichica vitale, nelle coppe assetate delle nostre esistenze, esistenze che senza di Lui non hanno alcun senso.

E non soltanto con il sacro rito della Comunione del pane e del vino di Dio, ma anche e soprattutto con il Verbo Creativo che si fa parola umana per farci conoscere la realtà, per raggiungere e rigenerare ogni anfratto della nostra vita, ogni ombra della nostra mente, ogni miseria del nostro inquieto sentiero nel mondo.

Raccontando il Vostro Getsemani, abbiamo conosciuto una verità che ci sconvolge e ci esalta allo stesso tempo. Una verità che riflette e rivela tutte le verità umane e diviene. In questa confessione abbiamo visto un uomo, e abbiamo visto Dio.

Grazie Giorgio santo, la tua opera nel mondo verrà onorata con grandi feste, musiche, canti e danze nella Età ventura. Per ora siamo noi, poveri discepoli dell’eterna Intelligenza, figli dell’antica Fiamma, a render lode alla tua inestimabile disponibilità, che continui ad offrire, costi quel che costi, per la salvezza dei Chiamati e il risveglio degli Eletti. Chi può davvero capirti? Nessuno. Nessuno può davvero capire ciò che tu vivi e ciò che tu sei. Ma tutti noi cerchiamo di alleviare la tua solitudine con le buone opere delle nostre mani.

Preghiamo che l’Onnipotente ci dia sempre la grazia di restarti accanto nella dura procella che continui a combattere in questa valle di lacrime, il mondo, un mondo che sembra insensato, ma che grazie alla tua presenza ci svela le segrete cose, quelle eterne cose che finalmente vengono gridate dai tetti, e che risuonano come le trombe dell’Apocalisse nel tempio degli spiriti viventi. Avanti! Figlio del Cielo! Avanti! Noi siamo qui per dare il nostro piccolo contributo alla grande Verità del Tempo di tutti i tempi.

Con amore,

Marco Marsili

23 Aprile 2026

Allegati: