Corte Suprema USA – Vaticano

LA CORTE SUPREMA USA NEGA L’IMMUNITÀ AL PAPA
L’avvocato che segue il caso: «Abbiamo fatto cadere le porte d’acciaio di Roma»

Corte Suprema USA – Vaticano

LA CORTE SUPREMA USA NEGA L’IMMUNITÀ AL PAPA
L’avvocato che segue il caso: «Abbiamo fatto cadere le porte d’acciaio di Roma»

CHIESA SOTTO ASSEDIO
Gennaio 2002
Scoppia lo scandalo nell’arcidiocesi di Boston. La conferenza episcopale Usa nomina una commissione. La presiede il governatore dell’Oklahoma, Frank Keating (foto).[FIRMA]MAURIZIO MOLINARI
CORRISPONDENTE DA NEW YORK
La Corte Suprema degli Stati Uniti ha respinto la richiesta di riconoscere al Vaticano l’immunità legale nel processo per pedofilia a carico di un prete in Oregon, consentendo alla causa iniziata nel 2002 di continuare il proprio corso. Per l’avvocato Jeff Anderson, che rappresenta la vittima, si tratta del «maggior passo avanti finora compiuto dal movimento che si batte per tutelare i diritti di chi ha subito abusi».
«È una sentenza davvero molto rilevante – ha aggiunto Anderson -: siamo riusciti a far cadere le porte d’acciaio dietro le quali per anni il Vaticano si è nascosto». Da qui l’assalto di Anderson ai vertici della Santa Sede: «Non inizierò chiedendo la testimonianza di Papa Benedetto XVI, arriverò a lui partendo dal basso perché questa sentenza ci consente di chiamare a deporre sotto giuramento chiunque dentro il Vaticano abbia conoscenza degli eventi trattati».
Il nome di Joseph Ratzinger è legato al fatto che prima di diventare Papa era titolare della Congregazione per la Dottrina della Fede, responsabile dell’adozione di misure disciplinari contro i preti responsabili di azioni inappropriate. Proprio per evitare un simile coinvolgimento dei vertici stata la Santa Sede a chiedere un pronunciamento della Corte Suprema sulla sentenza della Corte d’Appello dell’Oregon che ammetteva la causa.
La vicenda si origina a metà degli anni Sessanta quando un prete cattolico di nome Andrew Ronan si rende responsabile di molteplici abusi sessuali ai danni di un adolescente che oggi ha 49 anni. La vittima resta tutelata dall’anonimato – firmando i documenti legali con lo pseudonimo John Doe – e secondo la tesi dell’accusa non fu un caso isolato perché Ronan aveva molestato dei ragazzi sin dalla metà degli anni Cinquanta in Irlanda e poi a Chicago, prima ancora di arrivare nella diocesi di Portland, in Oregon. L’accusa avanza il «ragionevole sospetto» che i vertici della Santa Sede abbiano saputo – e protetto – padre Ronan, diventando dunque co-responsabili degli abusi in Oregon. La tesi di Anderson è che spostando Ronen dall’Irlanda a Chicago e poi a Portland il Vaticano si rese co-responsabile degli abusi perché, conoscendo le accuse che pesavano su di lui, avrebbe dovuto metterlo alla porta. Da qui l’ipotesi di far deporre i vertici della Santa Sede, dal nunzio a Washington fino al Segretario di Stato e a Benedetto XVI.
A quest’offensiva la Santa Sede aveva risposto chiedendo alla Corte Suprema di attestare l’immunità del Vaticano sulla base del «Foreign Sovereign Immunities Act» del 1976 che consente agli Stati sovrani di non essere processati in tribunale. Ma la legge del 1976 contiene specifiche eccezioni e la Corte d’Appello dell’Oregon vi si richiamò considerando padre Ronan un «dipendente» del Vaticano «impegnato ad agire per suo conto secondo la legge dell’Oregon». L’avvocato della Santa Sede, Jeffrey Lena, presentando le proprie motivazioni alla Corte Suprema di Washington aveva negato l’esistenza di un «rapporto di dipendenza» fra Vaticano e preti parlando piuttosto di «cooperazione religiosa».
L’amministrazione Obama, attraverso l’avvocatura dello Stato, aveva dato il proprio sostegno alla tesi del Vaticano, affermando che il tribunale dell’Oregon aveva sbagliato a considerare il caso di padre Ronan nel novero delle eccezioni previste dalla legge del 1976. Ma il tentativo di spingere la Corte Suprema a bloccare la causa in Oregon sembra fallito e Jeff Anderson, specializzato nella difesa delle vittime di pedofilia, prevede che «ora ne arriveranno di simili da altri Stati», a cominciare dal Kentucky. «Il Vaticano non può più sfuggire alla giustizia», afferma l’avvocato di St Paul.Giugno 2003
Keating dà le dimissioni: «La Chiesa è come la mafia». Un sacerdote accusato di abusi, Joseph Henn, residente a Roma ed estradato in Arizona, svanisce nel nulla. I media Usa accusano il Vaticano (foto).
LA STAMPA 29 GIUGNO 2010
“Il Pontefice non è il capo di un’azienda”
La tesi che il Papa possa essere chiamato a testimoniare è assolutamente infondata». Jeffrey Lena, avvocato della Santa Sede, commenta il pronunciamento della Corte Suprema di Washington parlando dal suo studio di Berkeley in California, e il primo intento è fare chiarezza su quanto avvenuto: non si tratta di una sconfitta legale né tantomeno del via libera a processare il Vaticano in un’aula di giustizia degli Stati Uniti ma solo di una decisione con la quale la Corte Suprema rinvia la causa al tribunale dell’Oregon chiedendogli di chiarire la questione alla base del contendere, ovvero se esiste o meno un rapporto di «lavoro dipendente» fra il Vaticano e il prete Andrew Ronan, accusato di pedofilia.
La risposta di Jeffrey Lena all’euforia del collega e rivale Jeff Anderson è in punta di diritto: «La Corte Suprema ritiene non appropriato esprimersi su questo caso e lo rinvia al tribunale distrettuale dell’Oregon, dove la questione dell’immunità sarà discussa». «Nel pronunciamento odierno non c’è alcuna smentita della nostra interpretazione della legge americana», aggiunge Jeffrey Lena, osservando che «la Corte Suprema ha semplicemente deciso che non è pronta per affrontare la questione specifica che abbiamo sollevato alla sua attenzione» ovvero lo «scopo dell’impiego» che unisce la Santa Sede ai singoli preti in tutto il mondo.
In concreto questo significa che i riflettori tornano a essere puntati sul tribunale distrettuale di Portland, dove toccherà al giudice competente esprimersi sull’esistenza di un rapporto di lavoro fra il prete Andrew Ronan e la Santa Sede, sulla base della legge dello Stato dell’Oregon. «Il giudice dovrà decidere se un prete è o meno un dipendente del Vaticano», sottolinea Lena, che si prepara a «incontrarlo assieme all’altra parte per decidere come procedere» per affrontare la questione del «scope of employment» (ragione di impiego) dalla quale dipende il contenzioso in atto.
La tesi che Lena si appresta a sostenere è quella messa per iscritto nelle carte recapitate alla Corte Suprema, ovvero che «non vi è un rapporto di lavoro dipendente» fra il prete e il Vaticano, «perché la Santa Sede non paga il salario dei preti né garantisce loro i benefici previdenziali, come non esercita alcun tipo di controllo quotidiano sul loro operato, a differenza di quanto avviene da parte di diocesi e ordini». Ciò che esiste è piuttosto un rapporto di «cooperazione religiosa» che ha a che vedere con la fede, la dottrina ecclesiastica e la centralità del Vaticano nella Chiesa cattolica, temi sui quali un tribunale civile non è chiamato a esprimersi, sulla base della Costituzione Usa.
A conferma della tesi contraria al «rapporto di lavoro» Jeffrey Lena aggiunge che il prete in questione, Andrew Ronan, scomparso nel 1992, «faceva parte dell’Ordine dei Frati Servi di Maria e la sua esistenza come sacerdote era del tutto ignota alla Santa Sede fino agli eventi in questione». «Vi è molta documentazione sui rapporti fra Andrew Ronan e questo Ordine», sottolinea il legale. Come dire, il rapporto di dipendenza non era con loro.
Da qui la conclusione dell’avvocato: «Il rifiuto opposto dalla Corte Suprema non significa che è in disaccordo con noi sull’interpretazione della legge americana relativa alla tutela dell’immunità di Stati sovrani. È importante comprendere che la Corte Suprema nei suoi pronunciamenti deve rispettare criteri specifici che prescindono da fattori diversi dal merito della posizione legale e dipendono dallo sviluppo della legge in altri distretti». E in questo caso il criterio è stato quello di «rimandare la palla al giudice del tribunale in Oregon». \
LA STAMPA 29 GIUGNO 2010
La Commissione sui preti pedofili lascia
Bruxelles, 28-06-2010
Dopo le dimissioni del suo presidente, Peter Adriaenssens, è l’intera Commissione incaricata di esaminare i casi di abusi sessuali che riguardano esponenti ecclesiastici a rassegnare le dimissioni. Lo annuncia oggi l’emittente belga Rtbf. La decisione fa seguito alla perquisizione (giovedì scorso) della sede di Lovanio, e il sequestro di tutto l’archivio da parte delle autorita’ giudiziaire, che indagano su episodi di abusi sessuali avvenuti nell’ambito della Chiesa belga.
“Siamo serviti da esca”, ha denunciato Adriaenssens, defindendosi “molto deluso”. Secondo lo psichiatra, le perquisizioni e il sequestro decise dai giudici dimostrano la diffidenza da parte della giustizia sull’operato della sua commissione d’inchiesta. “Non potevano agire che con il sentimento che anche noi compissimo frodi o tentassimo di soffocare l’affare, quando io ne avevo fatto per me una questione d’onore lavorare in totale trasparenza”, ha affermato Adriaenssens.
La Commissione Adriaenssens, istituita nel 2000 come organo indipendente, si è data come compito quello di essere un interlocutore privilegiato delle presunte vittime di abusi, ricevendo le denunce e fornendo un’adeguata assistenza psicologica, medica e legale a chi ha subito atti di pedofilia da parte di sacerdoti, diaconi, catechisti o operatori pastorali. Nel sito web della Commissione si riferisce che la commissione informa i vescovi e le autorita’ ecclesiastiche competenti delle denunce subite. Ma si sottolinea che chi subisce atti di pedofilia “ha la totale libertà di scelta nel contattare” la commissione.
http://www.rainews24.it/it/news.php?newsid=142431