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jornada100Nel buio manto blu che si estende sopra la città, delle piccole luci lontane, visibili a malapena a causa dell’illuminazione cittadina, scintillano timidamente. Lì, al di sopra della splendida volta celeste, tutti siamo uguali, siamo tutti dei piccoli punti spirituali.

Ma quaggiù, sulla terra che ospita un sistema umano e materiale che viola tutte le leggi dell’universo, le differenze sociali si espandono oltre qualsiasi limite.

Qui, sul suolo che abitiamo, un ristretto numero di persone ha deciso di essere padrone di tutto ciò che la Terra amorevolmente offre agli Esseri che l’abitano.

Poco a poco, tutti i frutti da Lei generati, sono diventati merce di scambio.
Poco a poco, l’acqua, la terra, i mari, le creature viventi e tutto ciò che gli occhi riuscivano a vedere, assolutamente tutto, ha iniziato ad avere un prezzo di mercato. E man mano che questo modello è progredito, molti hanno intrapreso la strada dell’esodo umano.
La discriminazione, l’intolleranza, l’abbandono, la fame, la sete, non fanno meno male dell’invisibilità. Oggi, la maggior parte di noi lavora e mendica per quei pochi, ma all’interno di questa maggioranza, esistono esseri invisibili a tutti.

Esseri estremamente limitati, ma grandiosamente liberi, ma liberi davvero.
Vederli, toccarli e conoscerli, significherebbe per tutti noi: conoscere la vera essenza umana, comprendere cosa realmente ci lega, identificare i limiti della nostra umanità e riconoscere le porte che si aprono verso l’abisso eterno dell’immensità.

Cos’è la povertà?

Cos’è la ricchezza?

Cosa significa essere diseredati?

Cosa significa, per noi, figli di Dio, essere un immigrante che si mette in un barcone mezzo nudo, per attraversare migliaia e migliaia di km. in un mare infestato di squali, consapevole di giocarsi tutto solo per una mezza opportunità?
Nel frattempo noi giochiamo ad essere apostoli della vita, a dare briciole ai bambini che muoiono di fame, a regalare belle parole a coloro che vogliono ascoltarci.

E la vita scorre via e sfugge lentamente.

Come piccole gocce di acido che corrode la pietra, la luce che abita dentro noi se ne va, divorata dalla negligenza e dall’immobilità figlia della distrazione mondana.

Ciò che facciamo non è mai sufficiente, è niente, di fronte a ciò che è necessario saper fare, saper donare e predisporsi a dare.
La pazza ribellione dell’amore, dovrebbe prendersi i nostri corpi e spingerci a camminare, camminare e camminare verso il niente e verso il tutto.

Ogni pezzo di miseria con cui ci imbattiamo quotidianamente dovrebbe scuotere la rabbia che alberga in noi e spingere i nostri piedi a camminare nella direzione dove dovremmo andare.

La nostra colonna vertebrale dovrebbe tremare di fronte alla sensazione di abbandono che possa provare un essere creato da Dio.
Dallo scorso inverno ci girava in testa la possibilità di realizzare una piccola protesta per tutti coloro che in un modo o nell’altro, per una ragione o per un’altra, si sono ritrovati a vivere in strada.

Nel locale dove ha sede la nostra Associazione, già da diversi anni prepariamo dei pasti caldi, tutto l’anno, per i bisognosi.
Poco a poco, con il passare del tempo, sono sempre di più le persone che si avvicinano per chiedere un po’ di cibo che faccia loro sentire vivi.

Si avvicinano in cerca di una mano che stringa la loro, in cerca di un sorriso che li faccia sentire persone, per non sentirsi invisibili, almeno per un po’. E per noi questi esseri che vagano alle prime luci dell’alba senza meta e durante il giorno alla ricerca di un tozzo di pane da mettere in bocca, gradualmente hanno iniziato ad essere uomini, donne e bambini.

Uomini, donne e bambini con un nome proprio, se lo ricordano, con un’età, se hanno dei documenti, e con un’anima, perché Dio ci ha creati tutti uguali di fronte a Lui.

Poco a poco abbiamo iniziato a riconoscere questi uomini, donne e bambini come nostri fratelli ed abbiamo visto la loro trasformazione davanti ai nostri occhi.

Abbiamo conosciuto le loro storie, abbiamo interagito con loro, a fatica in alcuni casi, e con profonda sincerità in altri casi. Abbiamo capito che la solidarietà attuata in modo verticale, che vede il bisognoso come un essere inferiore, è semplicemente carità, mentre quella realizzata in modo orizzontale è invece impegno reale.

Tutti questi esseri abbandonati dallo Stato, dai loro amici, dalle loro famiglie, abbandonati dalla società ipocrita che schiavizza l’uomo e uccide l’anima, hanno una storia da raccontare. Hanno dentro di sé una parte della Luce del paradiso, hanno l’amore di Cristo che si esprime e si apre davanti a noi, così da poterlo bere a piccoli sorsi. Uccidendo, in questo modo, gradualmente, quell’essere meschino che tutti portiamo dentro e con cui conviviamo ogni giorno.

Questi esseri ci insegnano il valore delle stelle, quando non hai un tetto che ti impedisce di vederle. Ci insegnano la durezza del freddo nelle ossa, quando non hai di cosa vestirti o dormi in una strada bagnata in inverno. Ci insegnano il dolore che si prova nello stomaco, quando i succhi gastrici cominciano ad attaccare il tuo stesso corpo. Ci insegnano l’arroganza demoniaca del sistema che ci consuma, la solitudine infinita ad ogni alba. Ma ci insegnano anche il vero significato della solidarietà, la smisurata violenza dell’ignoranza e soprattutto la gioia di esistere.

In Uruguay esistono dei rifugi notturni che offrono accoglienza a tutte le persone che non hanno dove dormire e che possono trascorrervi la notte. Ma sono rifugi creati ad immagine e somiglianza del sistema, dove la carità avviene sempre in verticale, dall’alto verso il basso.
Quindi, sono obbligati ad entrare nei rifugi entro le 18.00 ed ad uscire, al di là che piova o ci sia il sole, alle 8.00 del mattino seguente. E li obbligano a lasciare i loro oggetti personali, i loro cani e tutte le loro cose in strada, senza comprendere il profondo significato che ha per loro un cane, un carrello del supermercato che custodisce i loro oggetti più cari e cosa significa esporsi alla cattiva accoglienza e all’incomprensione del funzionario di turno. Inoltre è chiaro che avere un posto dove dormire una notte non risolve un problema molto più profondo.

È per questo che abbiamo deciso di realizzare un’attività di denuncia, ma allo stesso tempo di presa di coscienza. Un richiamo alla società, in modo che con spirito critico, analizziamo le ragioni profonde che fanno sì che un essere abiti in strada ed un altro in un palazzo circondato da servitori.

Cerchiamo di capire verso quale destino si sta incamminando la razza umana e, soprattutto le diverse civiltà, siano esse occidentali o orientali, che oramai vedono come qualcosa di normale, nel migliore dei casi, o come una seccatura ed un problema, nella maggior parte di essi, il fatto che ci siano degli esseri abbandonati che vivono, respirano, piangono, mangiano, dormono e sognano nelle strade.

Lo Stato, mediante il sistema di accoglienza, cerca semplicemente di nascondere una miseria quotidiana che ci caratterizza. Cerca di lavare le proprie colpe promuovendo l’assistenzialismo e rispettando rigorosamente le indicazioni dettate dalle grandi banche mondiali che gestiscono questo mondo misero e pronto ad autodistruggersi.

Le chiese mettono gigantesche inferriate alle loro porte affinché, allo spuntare dell’alba, i volti addormentati dei diseredati non occupino la casa di “Dio”, non cerchino riparo sotto i loro tetti dalla forte pioggia che cade sulla città e i loro sporchi bisogni non imbrattino le scale dove devono collocare i tappetti rossi per i fedeli ipocriti che quotidianamente visitano i loro templi.

I sociologi li collocano nelle proprie statistiche chiamandoli “alienati sociali”, necessari per la sussistenza di una società; è l’eccezione alla regola, utile per giustificare il fallito sistema che è stato creato ad immagine e somiglianza del potere.

La società li osserva per ricordare che non bisogna mai uscire dal sistema. Che è necessario pagare i conti a Cesare alla scadenza giusta e lavorare 15 ore al giorno per lui per evitare di cadere in quella “disgrazia”.

La gente comune li osserva da dietro la finestra sentendosi minacciata da quella realtà e quando li incrocia per strada, li guarda con disgusto o semplicemente li ignora.

Ma ci siamo noi, figli del Sole, chiamati a comprendere, ad assimilare, a reagire, a manifestare contro l’Anticristo, a costo della nostra vita se è necessario. Invitati a sviluppare la capacità di discernimento profondo e reale, che ci permetta di comprendere come, quando, dove e perché dobbiamo piantare il nostro seme. Come, quando e perché dobbiamo generare spazi di intervento, creare attività che ci impegnino pienamente. Non per raggiungere obiettivi storici, ma semplicemente per mantenere il nostro spirito nell’esercizio continuo della Giustizia e dell’Amore. Semplicemente per questo.

Il comunicato di appello, denominato“Tutti siamo responsabili” invitava a trascorrere una notte intera in una piazza centrale, in strada, dove loro vivono, per manifestare e, volendo, portare un semplice scritto per poter, in qualche modo, suscitare un  momento di riflessione.

L’idea era quella di esporre agli occhi dei passanti delle foto di queste persone, rendendoli visibili a tutti. Mostrare dove vivono, mostrare i loro occhi, i loro sorrisi, la loro tristezza, mostrare la loro essenza.

Il giorno prima mi sono dedicata, insieme ad un altro fratello, a girare una parte della città in cerca degli invisibili per scattare loro delle foto da utilizzare per la nostra denuncia.

Con la videocamera in mano, ho visitato i loro mondi, abbiamo dialogato con loro, abbiamo condiviso un abbraccio, qualche parola e li abbiamo invitati a lottare insieme.

Non si cancelleranno mai della mia mente né il loro odore, né le loro espressioni, né i loro sorrisi quando entri nel loro mondo dimenticato. Mai svanirà dai miei ricordi l’insegnamento sottile che il Padre mi ha permesso di assorbire.

Questi esseri, che hanno una sofferenza infinita, che fa parte di loro, custodiscono dentro una fiamma di Dio. Nella loro violenza, nel loro linguaggio, nel loro atteggiamento, nei loro occhi… vedi Cristo che si manifesta al mondo. Perché loro sono il riflesso fedele del prezzo che paghiamo per non averlo accettato come nostro Salvatore. E in loro Vive la fiamma accesa della speranza del Suo Ritorno.

La sera programmata per la nostra attività era fredda e piovosa, ma avevamo preso un impegno e non potevamo assolutamente tirarci indietro. Eravamo anche consapevoli che se Il Padre aveva scelto un giorno di pioggia, aveva sicuramente dei piani per tutti.

Potrei riversare in questo scritto molti aneddoti su come abbiamo trascorso la notte e sui diversi personaggi che il Padre ci ha inviato uno dietro l’altro. Un pugile, un travestito, musicisti, giovani, uomini e donne adesso “comuni”, ma che in qualche momento delle loro vite hanno vissuto in strada, hanno sfilato quella notte davanti ai nostri occhi, un campione fedele e reale della diversità sociale.

Ognuno con la sua storia di vita, incoraggiati a “vomitarcela” addosso, presupponendo che se eravamo lì a fare quello che stavamo facendo, saremmo stati in grado di comprendere la loro sofferenza.

Ed era così effettivamente, perché ogni storia ci ha lasciato un segno indelebile dell’amore infinito che muove quest’Opera. Il valore straordinario degli insegnamenti che riceviamo tramite Giorgio. E l’inarrestabile bisogno di Giustizia Divina.

Sotto la pioggia battente ed il freddo dell’inverno siamo rinati. Ed abbiamo compreso che abbiamo imparato più di quanto siamo riusciti a denunciare. Ma abbiamo comunque denunciato a modo nostro, col nostro attivismo e con le caratteristiche che solo quest’Opera può darti. E continueremo a farlo ogni due mesi. Fino quando concretizzeremo un vero e proprio progetto.
Vorrei soffermarmi un istante sulla visita più giovane che abbiamo avuto.

All’inizio della manifestazione, dopo aver sistemato le foto nella piazza, collocato i banners di Antimafia e di Un Punto en el Infinito e distribuito oltre 200 volantini, un ragazzo di circa 14/16 anni si è avvicinato a noi. Abbiamo capito subito dal suo aspetto che viveva in strada.

Si è diretto verso me e mi ha chiesto un po’ d’acqua.

-A noi non danno acqua nei bar –mi dice.

Mi sono intenerita e mi ha fatto sorridere, perché nella sua innocenza capiva che doveva denunciare a noi alcune delle ingiustizie che era costretto a subire giorno dopo giorno.

Dopodiché ho cercato dell’acqua tra di noi e realmente nessuno ce l’aveva. Allora, ho messo la mano in tasca ed ho preso una banconota da 50 pesos uruguaiani. Pochi soldi, niente per quella che è la realtà uruguaiana.

Il giovane ha preso il pezzo di carta stropicciato e mi ha chiesto con l’innocenza di un bambino.

-Ti porto il resto?

E gli rispondo:

-No, tieniti il resto-

I suoi occhi si sono illuminati ancora di più e mi ha chiesto di nuovo:

-Allora posso comprarmi una bibita fresca invece di una bottiglia di acqua?

Questa domanda mi ha commosso ancora di più. La mia tenerezza di madre è emersa a fior di pelle e gli ho detto: “Puoi comprarti quello che vuoi”.

Il ragazzo si è ritirato felice con la sua banconota stropicciata e l’ho seguito con lo sguardo verso un chiosco che si trovava nella piazza stessa. Dopo qualche minuto ho proseguito con altre cose insieme ai fratelli, conversando con la gente e questo ragazzo è passato in un secondo piano.

Ma qualche minuto dopo il ragazzo è ritornato, bevendo un piccolo succo di frutta… i suoi occhi mi hanno fatto ricordare la gioia di mio figlio… e guardandomi felice mi ha detto:

- Non ti immagini la forza e l’energia che questo mi dà, non ti immagini quanto…

Ho fatto semplicemente un gesto con la mia mano, alzando il pollice, senza riuscire a pronunciare parola.

Un mondo intero si apre con un semplice gesto di solidarietà, la felicità che si genera in un ragazzo che vive da solo, in strada, senza niente, senza amore, senza acqua, attraverso un piccolo distacco da qualcosa come il denaro, che non è altro che un pezzo di carta immondo, sporco e senza alcun valore.

Il ragazzo è rimasto con noi per un po’, voleva rimanere tutta la notte, ma tutti noi non potevamo neanche pensare che non gli avrebbero permesso di entrare per dormire in uno dei rifugi dello Stato se avessimo fatto tardi, e così lo abbiamo spinto ad andare ad uno di questi.

Pioveva molto e lui era completamente bagnato.

I suoi poveri indumenti sembravano ancora più poveri, tanto erano fradici per la pioggia che cadeva incessantemente.

Ma il ragazzo diceva una e mille volte di no, voleva rimanere con noi insieme nella nostra piccola battaglia. Diceva che era giusto così.
Era giusto che rimanesse con noi perché era per lui che lottavamo…

Le sue parole, il suo gesto ed i suoi occhi ci dicevano molte cose.

Il suo esempio di solidarietà era ancora più grande del nostro.

Tanto grande che non siamo stati in grado di apprezzarlo nella sua reale dimensione.

Il suo esempio era un discorso completo del Padre.

Ore e ore di lezioni spirituali elargite da Giorgio.

Era tutto.

Ma dovevamo dire la Verità a questa nobile e riconoscente anima che avevamo davanti a noi.

Gli abbiamo detto che per lui ogni notte era uguale, fredda, umida, caratterizzata dalla sete, e che per una volta almeno non si sarebbe bagnato. Noi invece saremmo ritornati nelle nostre case, ci saremmo cambiati di vestiti, avremmo mangiato e saremmo stati al sicuro. Mentre lui avrebbe dovuto continuare a combattere la sua battaglia per la vita, ma non era più solo.

In qualche luogo, nell’immensità della notte ci saremmo incontrati nuovamente.

La pioggia cadeva, la notte volgeva al termine e lentamente abbiamo iniziato a raccogliere le nostre cose. Un ultimo personaggio ci ha accompagnato tutta la notte, un immigrato cubano che ci ha aiutato a mettere insieme le nostre cose e mentre era intento in questo, mi ha chiesto di poter far parte dell’arca.

Mi ha detto:

-Voglio far parte del suo gruppo, amica, perché una volta anche io sono stato una nullità e voglio poter essere come voi e fare tutto ciò che voi fatte.

Io gli ho detto che non facevamo niente in confronto a quanto avremmo potuto fare, che dovevamo fare di più, ma era invitato a venire all’arca quando voleva.

La notte era finita, e la pioggia che cadeva su di noi continuava a battezzarci. Siamo andati via in silenzio. Gli ultimi verso casa mia ed in cammino, nell’immensità della notte, ad ogni isolato, lasciavamo dietro di noi qualche altro invisibile.

Questi esseri che esistono, respirano, che vivono la Grazia di Dio. Questi esseri che sono lì per essere toccati, ascoltati, abbracciati, percepiti… perché di loro sarà il Regno dei Cieli.

Erika Pais.
17 Agosto 2015

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