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IL CERCHIO MAGICO INTORNO ALL’ETNA CHE FA SCERVELLARE GLI ARCHEOLOGI DELLE PIRAMIDI
Di Valeria Ferrante
L’egittologa Antoine Gigal indaga sui monumenti sotto il vulcano la cui origine è ancora ignota
Piramidi edificate con la nera pietra lavica, mai sino ad ora descritte. Da Piedimonte Etneo, passando per Linguaglossa, Randazzo, Bronte sino ad Adrano, buona parte del versante centro-orientale della Sicilia, è disseminato di una quarantina di piramidi coniche, con gli spigoli arrotondati, a gradoni.
A base rettangolare o quadrata, con altari sulla sommità, e ad ovest, in alcune ancora ben visibile, una rampa d’accesso. Tutte sono strette tra recinti di muretti.
Autore di questa singolare scoperta è Antoine Gigal, un’egittologa francese, che vive e lavora al Cairo come archeologa, insieme alla sua équipe. «Sapevo che in Sicilia erano state documentate
una decina di piramidi, la cosa mi aveva incuriosita, perciò decisi di andarle personalmente a vedere » racconta la studiosa. Dopo un soggiorno a Catania, con l’aiuto delle poche informazioni disponibili, Gigal e alcuni componenti del suo team iniziano a studiare sulla cartina un percorso attorno all’Etna, in quelle zone dove erano state identificate le piramidi. È così che comincia un lungo viaggio d’esplorazione. «Abbiamo scalato colline, attraversato terreni d’ulivi, fotografato, misurato. E con nostra grande sorpresa, siamo riusciti ad individuare circa quaranta piramidi. Molte più di quelle che contavamo di trovare. Un aspetto sorprendente è la somiglianza con i Sesi di Pantelleria o ai Nuraghi sardi. Ma non si tratta di monumenti funerari. Purtroppo alcune di queste piramidi sono danneggiate e non è facile identificarle, studiarle». In alto, sul versante Nord dell’Etna, a 887 metri d’altitudine, dietro i muri d’una proprietà privata, Gigal, ne ha trovata una, a gradoni, alta circa 35 metri. «Gli ultimi piani sono ceduti — spiega — la base è larga 23 metri, con scale molto ripide, che salgono sino in cima».
Tra Linguaglossa e Randazzo ve ne sono altre, una in un vigneto: «È perfettamente rettangolare, a gradoni, e con una scaletta che volge il fianco verso il vulcano». Tra Passopisciaro e Francavilla di Sicilia se ne trova un’altra piuttosto grande di forma oblunga, dai gradini ripidi e diritti, che salgono sino alla sommità dove è stata posta una sorta di piattaforma. «La rampa d’accesso disegna all’interno della piramide un sentiero sinuoso — continua Gigal — Inoltre sono visibili come delle merlature, con doccioni che permettono lo scolo delle acque». Ma qual è il popolo che può aver costruito piramidi in Sicilia? L’egittologa francese restringe il campo d’indame
gine attorno a due ipotesi. Una è che siano stati i Sicani: «Molto si deve ancora scoprire su di loro, certamente hanno occupato tutta la Sicilia e tracce della loro cultura si fanno risalire al III millennio avanti Cristo».
 
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L’altra ipotesi, non priva di fascino è quella secondo cui a edificare le piramidi siano stati gli Shekelesh, una delle tribù che componeva il variegato gruppo noto come i “Popoli del Mare”. «Secondo la studiosa Nancy K. Sandars, originari della Sicilia sud orientale, gli Shekelesh sono un popolo che combattè contro l’Egitto, sotto i regni dei faraoni Merneptah e Ramses III. Gli archeologi hanno ritrovato villaggi Shekelesh a Tel Zeror, in Israele, e la loro identificazione co-
Siculi, la si suppone dalla scoperta in Sicilia di anfore identiche a quelle trovate presso Jaffa, ad Azor. Questo popolo esperto nella navigazione, ha solcato tutto il Mediterraneo spingendosi anche oltre, ciò forse spiegherebbe perché si trovino le stesse piramidi in Sicilia, Tenerife e nell’isola di Mauritius».
Un aspetto infatti interessante, è proprio questo, che le circa quaranta piramidi individuate da Antoine Gigal, risulterebbero appartenere non solo a una stessa epoca, ma anche a una medesima civiltà, per via delle comuni caratteristiche: la pietra lavica, la cura nel levigare gli angoli, la stessa disposizione spaziale, le rampe o scale d’accesso che giungono sino alla cima
con vista privilegiata verso le sommità dell’Etna. «Se osserviamo una cartina è interessante notare come le piramidi formino un cerchio che avvolge il vulcano. Che si tratti di un antico culto dedicato ad esso?» È ciò che sta valutando Gigal. «Abbiamo pure notato che molte piramidi sono vicine a importanti siti megalitici». E questo lascerebbe spazio a un’ulteriore teoria secondo cui l’antico popolo, artefice di queste costruzioni, abbia eletto, il centro della Sicilia, come luogo privilegiato per la diffusione di un culto molto importante dedicato al sole, come anche a due divinità, i gemelli Palici, figli di Zeus e della ninfa Talìa, gli dèi siciliani della navigazione e dell’agricoltura, protettori della zona vulcanica della piana di Catania.
«Faccio riferimento alle due divinità sulla base di un doppio sediletrono ritrovato in una delle piramidi. Ma ognuna di queste ipotesi, come lo
studio sulle piramidi, meriterebbe di essere approfondito, purtroppo sino ad oggi non ci è stato concesso». Mancanza di fondi, diffidenza, poca disponibilità da parte di quei privati cittadini, che trovandosi all’interno del proprio terreno una piramide o parti di essa, temono un intervento da parte della Soprintendenza. L’unica piramide attualmente documentata è quella di Pietraperzia, in provincia di Enna. Si tratta una costruzione imponente con i lati orientati quasi perfettamente con i quattro punti cardinali, quattro rampe di scalini e altari sacrificali, «costituita da pietre di grandi dimensioni saldamente incastonate, frutto di un preciso lavoro costruttivo » spiega l’archeologa francese. La piramide di Pietraperzia ricorda molto quelle della Mesoamerica, sebbene sia più ridotta di dimensioni e più deteriorata. È come se un sapere si fosse tramandato da popolo a un altro? «Sì, anche se non si hanno abbastanza fonti per poter ricostruire nel dettaglio questa storia. Solo continuando la ricerca, mettendo insieme i pezzi, potremo avere delle risposte».
REPUBBLICA PALERMO 07.11.2013